Il Belmondo non si è fermato mai un momento

Senza nome

Dai tetti alle pistole, dalla boxe al calcio. Jean Paul Belmondo è stato un’onda d’urto, anche se inconsapevole. Un corpo in movimento da cui si è sprigionata la Nouvelle Vague.

Padre scultore, sorella ballerina, a differenza dei suoi che cercavano di addomesticarsi nello spazio per l’esercizio della loro arte, Belmondo ha accarezzato il mondo piegandolo alla sua immagine.

Laura Antonelli, Ursula Andress e Claudia Cardinale. Se Fabrizio De André ha cantato “Le tre madri”, lui ha preferito far vibrare le donne come amante, compagno ed amico. Non era bello ma accanto a sé aveva belle donne.

Clown, acrobata, bandito in pratica; era il circo senza la tristezza del circo, un film di Petit senza la pesantezza di Sergio Castellitto. Tutto il dinamismo che ha trasferito a Paul Alexandre, pilota e ora proprietario di una squadra sul circuito di Le Mans.

Faccia d’angelo e faccia da pugile, occhi azzurri e naso schiacciato, eleganza aristocratica e fascino da strada. Se il cinema voleva creare una rivalità da Niki Lauda e James Hunt, la realtà non è mai riuscita a scindere l’amicizia tra Alain Delon e Jean Paul Belmondo.

Nipote d’italiano cresciuto in Algeria, come lo scrittore Albert Camus. La Francia, senza questi figli di un mediterraneo giudicato minore, cosa sarebbe stata se non una terra di- Sartre- ta?

“Un tesoro nazionale”. Emmanuel Macron da grande voleva essere Belmondo, poi al liceo ha incontrato sua moglie.

Prima di iniziare “Fino all’ultimo respiro” la moglie di Belmondo anche se preoccupata dall’aria triste e dal modo in cui Godard aveva circuito il marito, lo costrinse ad accettare: “Allora vacci, ché siamo in bolletta. Alle brutte lo stendi a pugni”. Del resto la rivoluzione, anche nel cinema, inizia sempre con uno da accoppare.

Come il Joe di Clint Eastwood in “Un pugno di dollari”, anche il Michel Poiccard, interpretato da Belmondo, di “Fino all’ultimo respiro” non si separa mai dal suo sigaro. Il cinema deve essere grato a questi attori che non hanno mai lasciato a casa il loro personaggio.

Portiere nel calcio, peso welter nella boxe, attore per inestetismo. Ma al contrario di quanto diceva, il naso non glielo spaccarono durante un incontro ma in una rissa tra bande di liceali al Bois de Boulogne. Perché la narrazione nel cinema comincia molto prima di mettere a fuoco la macchina da presa.

Durante l’accademia di teatro finiva di recitare Shakesperare aggrappandosi anche a una liana, il suo palcoscenico divennero i locali jazz vino a Les Halles. Non è un caso che concluse i suoi studi con gesto dell’ombrello urlando con la forza di un assolo di Dizzy Gillespie: «Non sono passato per l’Accademia, ci sono passato davanti».

Dove finivano le sue labbra, una isola del mediterraneo, cominciavano sigarette, con un motto – “Liberté, toujours” – come se fossero un posto da visitare.

Pensava solo al domani, avendo un presente pienissimo, affollatissimo, anche perché, come diceva in un film “Alla morte ci penso in ogni momento”.

Litigò con il regista Melville, Durante L’Aîné des Ferchaux (Lo sciacallo, 1963), perchè maltrattava il vecchio Charles Vanel, e lui lo prese a schiaffi portando il personaggio nella realtà. I veri “Ragazzi terribili” del cinema francese.

Prima del Tom Cruise di “Mission Impossible” c’è stato Jean Paul Belmondo a girare davvero le scene pericolose; nel cinema come nella politica voleva la macchina da presa addosso per mostrarsi, sconvolgere lo spettatore e sparire.

L’Équipe era il suo libro preferito. Rimbaud la sua ricarica. Vian la finzione da leggere in vasca.

Camminava ballando e ballava camminando, sembrava sempre che dovesse cadere e invece poi non solo non cadeva, ma ti portava anche nel posto migliore della città.

«Ragazzo, tu sei i miei vent’anni» gli dice il vecchio Jean Gabin in “Un singe en hiver”; è nato «l’attore di domani» annunciò Jean Cocteau. Oggi muoiono i venti anni di Gabin e le convinzioni del futuro di Cocteau.

Anti eroe, anti Actors Studio, anti impegno politico. Un’esistenza passata a ricordare alla Francia e al mondo che si può passare dal ruolo da guardia a ladri in un momento, l’importante è avere una Gauloises stretta tra i denti e il desiderio di spendersi fino all’ultimo.

In un viaggio a Roma si perse per cercare Cinecittà. Al suo ritorno a casa trovò un telegramma di Vittorio De Sica che gli suggeriva di girare “La ciociara”. Il cinema vero non si perde mai di vista.

Mort, c’est vraiment dégueulasse.

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