Solo qualcosa che si impara lungo la strada [guardando “Cry Macho”]

Senza nome

Il più vincente del cinema preferisce il ruolo di perdente.

Ogni volta che Clint scende da una macchina o un furgone, è come vederlo smontare da cavallo con la regia di Sergio Leone.

Dopo il Neverending tour di Bob Dylan, il cinema di Clint è l’unico esempio di letteratura errante. Che sia un corriere della droga, un allenatore o un vecchio cowboy, i suoi film come le sue trame non conoscono tregue e macinano chilometri.

Clint ormai parla solo con messicani, coreani, vecchi italiani e polacchi, neri, lesbiche e bianchi poveri. Ragazzi, se il partito repubblicano fosse tutto così.

Ogni suo film, come un’opera lirica, comincia sempre per una promessa, per un dovere di rispondere e di restare fedele alla parola data. Come se ogni nuovo film fosse la sua promessa di continuare a girare, nonostante tutto e tutti. E a vivere.

Una voce da marmitta, è il miglior disco dell’anno da decenni.

Nel cinema di Clint, c’è sempre un giovane che si iscrive da solo al suo corso di formazione. Un senza radici che decide di lasciarsi educare. Asilo Eastwood.

Un ragazzino diviso tra una madre alcolizzata e un padre spietato. Una ex star dei rodei chiamato a recuperarlo in Messico. E tutta l’operazione gestita con guanto di velluto e rapidità di esecuzione da far invidia al Mossad.

Un gallo da combattimento, Macho, un misto tra il toro Gitano de “La più grande corrida”, il cane destinato alle lotte in “Oltre il confine” di MacCarthy e il gallo di “Nessuno scrive al colonnello” di Gabriel Garcìa Màrquez. L’America Latina insegna che varcati i confini ci si può fidare solo delle bestie.

Tornano i balli, un vecchio disco, una coppia e un lento, i grandi momenti privati de “I ponti di Madison County” e l’erotismo che viaggia sempre sopra i vestiti e mai sotto le lenzuola.

Se il machismo è sopravvalutato, Clint sovverte la morale repubblicana portando un messicano clandestino in territorio americano. Ama rompere gli schemi, rovesciarli, destabilizzarli. Per puro spirito di anticonformismo o semplicemente buonsenso.

“Non so come curare la vecchiaia”. Il trucco sta nell’immaginare che solo il cinema sia l’antidoto per combatterla.

Come con “The mule”, Eastwood con una personale idea di road movie, ha trovato il modo a più di novant’anni di continuare a girare western, preferendo le quattro ruote alle ferrature dei cavalli.

Così come il volto di Clint sembra essere levigato dal vento del deserto, in “Cry Macho” il passato e i ricordi si dissolvono con facilità, e gli oppositori al viaggio facilmente vengono smarcati per tornare in Texas. L’unico impedimento resta il tempo, che non si riesce mai ad arrestare.

Sotto la tesa del suo cappello, c’è un mondo di espressioni che mai nessuna macchina da presa riuscirà a catturare. Le emozioni dei ricordi di Clint resteranno inesplorati come i canyon sottomarini degli Oceani.

Dagli insulti ai cowboy a quelli rivolti a una gallina: Clint deve sentirsi tanto solo.

Districarsi tra gli imbroglioni, avere epica, provare sempre a ricordare e a dire all’America che è anche altro rispetto alle fughe con disonore.

Un film piccolo, girato in un mese, senza sbavature, divismo, ego. La semplicità che passa per la Warner Bros.

Non credere in dio, dormire in un santuario, ma solo dopo aver creato un vangelo cinematografico.

Ormai quando minaccia qualcuno o lo colpisce ride, forse ripensando ai critici del Village Voice.

Non cammina, scia. Non recita, sublima. Non ama, catechizza.

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