“Squid Game”, la vita è un gioco – da bambini – al massacro

Senza nome

[forse contiene spoiler]

Dopo tante energie spese in grandi produzioni, cast stellari e campagne di promozione per tutte le opere statunitensi, la prima serie vista al mondo per Netflix, “Squid Game”, viene dalla Corea del Sud, talmente sconosciuta e inaspettata da non avere neanche il doppiaggio in italiano. Per fortuna.

Se Hollywood ha deciso di guardarsi alle spalle e continuare a raccontarsi il passato, Seul si getta nel futuro: lo osserva e teme, lo studia e sfida. Dimostrando ancora una volta che Louis Lumière aveva ragione in parte: il cinema è un’invenzione senza futuro, ma da Roma in poi.

Dalle emorragie nei film di Kim Ki- duk, alla carneficina di “Parasite” fino alla ferocia gratuita di “Squid Game”, la violenza in Corea del Sud trova spazio solo nell’immagine, una pressione nata dal trentottesimo parallelo per deflagrare nella rabbia e la povertà del neoliberismo.

Se per Wes Anderson è diventato puro estetismo, lo spazio e le sue simmetrie rispondono a un’etica nazionale in “Squid Game”: tutto risponde alla delimitazione di un’unità autonoma, separata. L’individualismo che traccia i confini tra le persone e la sola area in cui ognuno può agire.

Una ragione apparente che possa muovere tutto il gioco non c’è, ma come in un effetto domino che esplode nel bunker, ogni partecipante è lì per scrollarsi di dosso il marchio di perdente e riscattare l’orgoglio ferito. Più del montepremi è lo status sociale, a dare valore a ogni cosa.

“Perché?”. E come in un campo di concentramento, come nello stesso esperimento di Milgram sull’obbedienza, come in “Se questo è un uomo” di Primo Levi, o nella roulette russa de “Il cacciatore”, la risposta è la stessa: qui non c’è perché.

Come il capitalismo cresce degli Edipo senza regole, destinati a restare bambini per sempre, “Squid Game” è popolato da ludopatici e truffatori, vessati e umiliati, perdenti con una sola speranza. Tutti giovani adulti bloccati in un luna-park macabro. C’è una migliore definizione per il mercato?

Gli spettatori si dividono in due: quelli che non riescono a smettere perché vogliono vedere come li ammazzano nel gioco successivo, e quelli che non riescono a smettere per vedere come sopravvivono al gioco successivo.

Bello misurare in poco tempo la distanza dal mondo: in Corea fanno “Squid Game”, in Italia “I Bastardi di Pizzofalcone”.

Postideologica, postreligiosa, multicromatica: la Corea di “Squid Game” è un album degli 883, ma con il capitano Amon Göth che spara dalla balconata.

Se “Sul bel Danubio blu” ballavano le astronavi di Kubrick e i giovani studenti neolaureati di Cimino, da “Squid Game” in poi, Strauss riuscirà a far fallire qualsiasi saggio di danza, dalle accademie nazionali fino ai laboratori scolastici.

Da scatola macabra a Grande Fratello di sangue per American Express Platinum: “Squid Game” potrebbe anche risolversi in un Dazn senza differita.

Hwang Dong-hyuk, il creatore della serie, ha speso dieci anni per veder realizzare il progetto a cinquant’anni. È un messaggio di speranza anche per i giovani autori italiani, come li definiva per età Nanni Moretti: Hwang Dong-hyuk viveva con la madre e la nonna, ma voi non fatevi illusioni.

“Squid Game” è una specie di baseball senza palline e mazze, un baseball nudo, dove si deve conquistare uno spazio: un triangolo, un quadrato e un cerchio. A conoscere la geometria diventa possibile scrivere pure una sceneggiatura che funziona.

Come in “C’era una volta in America”, il sorriso del protagonista che apre e chiude il gioco si presta a tremila interpretazioni che meriterebbe più pagine di un intero inserto culturale. Ad ogni modo, non chiedete a Robert De Niro cosa voglia significare.

Il manager, come ogni manager che si rispetti: tradisce gli amici, se ne fotte della vita degli altri e la sacrifica, e poi alla fine si uccide da solo.

Il vecchio, da copione, la sa lunga, scassa il cazzo, è un peso, ma poi ti regala la biglia che ti salva la vita due volte. E nel grande paradosso che passa da vittima a carnefice, regala forse l’unico insegnamento senza moralismo: sempre meglio partecipare che restare a guardare.

Il pakistano, una parabola dell’immigrazione: è più forte degli uomini del paese che lo ospita, lavora sodo e non è pagato, salva la vita a un paio di loro, si sente in debito, e poi muore per un imbroglio.

La coreana ma del nord: come tutte le donne che vengono da un posto isolato è l’emblema della fame che ti fa compiere sforzi oltre ogni limite: resiste, lotta, non si fida di nessuno, e alla fine muore per generosità.

Il piccolo boss uccide senza pietà ma la notte non riesce a dormire perché teme di essere ucciso dai suoi uomini più fedeli. Tanto che sembra sentire Luciano De Crescenzo chiedere: ma vi siete fatto bene i conti? Vi conviene?

“Squid Game” non si preoccupa di insegnare, al massimo di mostrare una società di senza nome, pronti a rinunciare alla dignità per riprendere un posto nel mondo. E se c’era la possibilità di riflettere dopo la visione, sono già in costruzione parchi a tema giganti e felpe con numeri stampati sopra. Del resto questa è sempre un’umanità di spettatori che si accontenta di guardare, comprare, subire.

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