Victor Osimhen: il molleggiato di Lagos

Senza nomeIl molleggiato di Lagos vive nell’erranza. Avanza da ballerino di tip-tap ma con la forza di un rugbista, un ossimoro dalle gambe lunghissime, come quelle di Florence Joyner Griffith, Flo-Jo per l’America, una freccia nera che attraversa i campi verdi e fa vedere rosso ai difensori: Victor Osimhen, dribbla tutti, salta sulle loro teste e segna, segna, segna. Ogni partita un ventaglio di martiri, ogni tiro in porta un azzardo preceduto da uno strappo, da un doppio dribbling, da un salto “Sotomayor”, una sequenza di segni magici, che è impossibile non vedere. Osimhen è esploso in mille fuochi d’artificio e tutti nelle aree di rigore avversarie, da Leicester a Napoli, biblico e metafisico, mitologico e filosofico: la legge del gol dentro di me, le difese avversarie sotto di me. Un continuo abuso di libertà mentale e fisica che sottomette i marcatori – questa volta ha pagato pegno il bravo Gleison Bremer del Torino – tanto da apparire imprendibile, per ora. Un moto che lo rende sfuggente, perché il suo calcio libero – se pure molto controllato dalla cura Spalletti – lo mette in salvo dalla previsione tattica, perché Osimhen è un improvviso per aree di rigore, anzi spesso è un improvviso che comincia prima delle aree di rigore e quando ci entra è troppo tardi per tutti, bisogna sperare solo che la sua foga da gol lo porti alla dispersione del tiro, all’errore da eccesso. Tanto poi rimedia e segna, si tratta di macinare palloni, di prendere la mira, mica smette di correre, no, Osimhen è una giostra di gioventù, fame, pallone e cavalli. Un attaccante selvaggio e irrazionale, per questo imprevedibile, che punta e sposta, dribbla e torna a dribblare, corre quando sembra debba fermarsi e che si ferma quando invece è lanciato a bomba. Il suo è un calcio bizzarro e bambino, che ha un entusiasmo da carnevale di Rio. Tanto che quando salta, lo fa ad altezza spalle degli avversari, un piano sopra. Esce vincitore dai duelli fisici sia a terra che in aria, per via delle sue lunghe gambe, e dei suoi piedi che sembrano due isole dei Caraibi, alla fine Osimhen è una idea di libertà prima ancora d’essere un attaccante. Una libertà che lo porta a prevalere nel caos sotto porta, nelle mischie, sui cross e sugli appoggi, e lo mette al riparo dai pensieri e dai tentativi di inseguimento, quando corre – con pallone o senza – si ha già la sensazione che finirà davanti, che avrà la meglio, e il resto è compimento o compiacimento. I suoi allunghi slabbrano le squadre, costringono a lasciare spazio, e in quello spazio Osimhen lavora, diventandone padrone, si mescola al pallone, la sua falcata ha il ritmo dei rimbalzi della palla, entrambi in dissonanza, ballonzolanti, tra una zolla molle e una dura, giù giù fino al gol, separandosi dalla terra desolata dei difensori che c’hanno provato. Allo stesso modo è capace di inchiodarsi e ruotare senza essere spostato, dove prima c’era Beep Beep  compare un compasso che ruota e non perde il pallone, ruota e disegna un altro spazio, una quarta dimensione calcistica. Il tempo tondo. Può fare ancora meglio, può essere ancora molte cose, in un trasformismo calcistico dovuto all’esuberanza fisica, alla supremazia atletica, ma deve curare il tiro, aggiustare l’angolazione, lavorare sull’istinto, limandosi. Deve imparare a dosare il vento che si porta dentro, e anche la lussuria pallonara. È uscito dalla normalità, con argomentazioni fortissime: gol su gol. Tre passi e oplà mezza difesa superata, un salto e buonanotte ai difensori, con una facilità da fumetto e una straordinarietà da predestinato. Quello che sembrava una zavorra, il suo eccesso di libertà, sta diventando la sua forza, fino a farne un Michael Jackson col pallone, che avanza tra finte e moonwalk, frenate e ripartenze, in una danza stregonesca e assolutista che lo porta alla fine davanti al portiere. E così, egli danza, e segna.

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