Ibrahimović: chiasso slavo

Slatan-ibrahimovicNon si capisce dove finisce il reale e comincia il remake. Zlatan Ibrahimović rifà se stesso e rischia di riportare il Milan allo scudetto come aveva già fatto undici anni fa. Oltre Rambo e Sylvester Stallone, Ibra – chiasso slavo, come poetizza Fernando Acitelli – prolunga la serie, allarga la saga e riesce ad essere ancora rapace e soprattutto decisivo, sì, pure più dell’arbitro Maresca, nonostante quello che non può dire José Mourinho. La sua Roma cade sotto i colpi di Ibrahimović: gol su punizione, gol annullato per fuorigioco – ma che aveva evidenziato la forma eterea della difesa romanista – e procurato rigore per incursione di forza ed esperienza poi segnato da Franck Kessie. Ci saranno pure i cross dell’arbitro Maresca, a decidere la vittoria del Milan, ma rimangono i gol dell’attaccante svedese a sancirla. Davanti ai quali si aprono due scuole di pensiero: il campionato italiano può essere deciso da un (ex) pensionato? E quindi decretarsi come minore, oppure si tratta del pluralismo pallonaro che in autunno si consente ancora un entusiasmo bambino? Qualunque sia la risposta, e al netto del resto delle gare, il calciatore Ibra sembra non avere un tramonto, e non avendo una sola tifoseria, una sola nazione, una sola lingua, una sola strada, un solo stadio, come Francesco Totti, può liberamente andarsene negli Stati Uniti, bordeggiare la fine, e poi tornare e continuare a giocare come se niente fosse, riscrivendosi la biografia e dilatandosi la carriera mentre esce il film sulla sua vita “Zlatan”, diretto da Jens Sjogren. È il nomadismo, bellezza. Ibra vaga, danza, picchia, impreca, segna e decide. Può andarsene a Sanremo in motocicletta, e sopportarne le polemiche, può stare sempre al confine tra la cazzata e l’impresa e uscirne vivo, per autoironia, forza e sopravvalutazione di sé. È il grande vecchio che non avendo padroni può dare buoni consigli e cattivo esempio o viceversa, può spedire la palla in curva con una grande giocata o in porta con un colpo di karate, perché è quella la sua natura: il tradimento. Perché è nella sua capacità di tradire che sta la sua forza, abbinata alla classe, alla forza, al tiro – ne sa qualcosa Rui Patrício, ultimo portiere caduto alla difesa sotto una punizione da 101chilometri orari – che lo porta a 400 gol nei campionati nazionali, a 150 nel nostro, e a 70 con la maglia del Milan, con le ginocchia stropicciate e il peso dei suoi 40 anni sulle spalle e nei polpacci quando salta, ma il bambino infinito rimane. Come rimane la sua buffonaggine alla Muhammad Ali, e il suo infondere sicurezza alla Maradona. Sembrando un film di Emir Kusturica dove non si capisce quando termina la favola e comincia la realtà, correndo a mille, girando in tondo, producendo scintille e fiamme da missile, per rimanere la gloriosa anomalia che domina, fuori dalle classifiche del pallone d’oro, lontano dalla vittoria della Champions League, surfando sulla gloria. Un altro mondo è possibile, anche da quarantenne, pagando il pizzo agli acciacchi, ma riuscendo ad essere più decisivo di un ventenne. In realtà il suo corpo, la sua capacità di adattamento, il suo istinto per il gol, sono alla base del calciatore del futuro, se c’è un prototipo di fisico che si adatta ai canoni, sì, anche alle aberrazioni dell’iperfisicità, è il suo, però con una capacità tecnica e una classe da pallastrada che tradiscono i canoni che supportano. Perché con Ibra è tutto un levare e mettere, un essere e non essere, un giurare e tradire quel giuramento. È innegabile la sua intelligenza tattica, come la sua cattiveria in area di rigore, non conoscendo la dimensione di quiete, in lui riaffiorano – continuamente – i resti di una fame barbara di gol e gloria, di affermazione e caccia, un superomismo di stampo pelé-nicciano, che lo portano all’incontentabilità delle gesta, al continuo bisogno di una replica. È nella serialità che ritrova gli attimi di dimenticanza, perde l’ossessione in funzione della gioia, seppure effimera e passeggera. Una sindrome da centravanti dall’eterno flutto. Vuole continuare a vincere e segnare, giocando all’attacco della vita, uno e trino, il primo tridente con la stessa identità. È stato dato per finito mille volte e mille volte è tornato, una specie di Fidel Castro calcistico, che riappare dopo ogni attentato, schizzando sopra le teste dei maligni e dei superbi, come i palloni colpiti col colpo sotto, effetto e stupore, incrociando l’angolo giusto o quasi, il punto perfetto o quasi.  

[uscito su IL MATTINO]  

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