Capuano Antonio, ottantadue anni ad aprile

1443007379138_0570x0400_0x0x0x0_15733712125371) Capuano è Napoli: strafottente, unico, sgangherato e come la città preferisce riconoscersi come ultimo e laterale. Difficile ricamarci sopra uno spot, anche se si è Dolce & Gabbana. Perché non si vende e soprattutto non si compra.

2) Mentre voi cercate di articolare una risposta educata e di senso, Capuano ha già risolto tutto dicendo: e che me ne fotte?

3) Erede di De Sica, sa usare i bambini come solo Comencini, dando lezioni a Cyop & Kaf e continuando a vedere e filmare al livello della strada, al livello degli occhi di un bambino: l’unica anarchia possibile. E poi li cresce come Joe Marrazzo.

4) Ultimo pasoliniano anche se leggendo si incazzerebbe dicendo: ‘abbuò.

5) Schifa i camorristi e si vede. Ha tirato su una Gomorra prima del libro, film e serie, non educando il pubblico all’estetica della violenza e neppure dipingendo cartoline di mondi che esistono solo per Sky Cinema. Perché l’estetica di Capuano è la verità.

6) Come una registrazione ambientale dei vicoli, i suoi film hanno musiche che sanno stratificare generi diversi e parole, registri alti e bassi, alternandosi. Cose lontane che imparano a coesistere. E quando lui già utilizzava i neomelodici, gli altri ancora rifiutavano Nino D’Angelo.

7) L’unico capace di trasformare una salumeria nel centro del mondo: che sia Bacoli o Bagnoli, la Sanità o Piazza del Gesù, lo spazio diventa il contesto per personaggi assurdi ma sempre credibili, estremi e reali che nessuna inchiesta intercetta, ridando dignità agli ultimi di Patroni Griffi e Viviani.

8) Capuano filma gli inizi più belli del cinema italiano. Nell’inquadratura c’è sempre un Vesuvio da un’angolazione diversa, a testimonianza di quanti livelli e quanti punti di vista possono appartenere a un’immagine e città sola.

9) Scuola Elementare Antonio Capuano è la prossima riforma del sistema educativo che aspettiamo, l’ultima. Per una scuola che si trovi a suo agio con chi è in difficoltà e non in difficoltà con chi non vive nell’agio.

10) Ha fatto scoprire la tragedia greca agli scrittori napoletani e ora è tutto un Clitennestra e Tebe, Agamennone e Troia, tra Bagnoli e Piscinola.

11) La critica, quella sciura e vellutata come un salotto del Pd, avrebbe voluto vederlo impiccato al pilone più alto, che di pompini il cinema italiano ne è ancora sazio dopo Pasolini. Purtroppo gli è andata male che Sorrentino lo riportasse in vita: hanno dovuto recuperarlo, salvarlo, forse anche capirlo.

12) Pensate se le scuole di cinema italiano avessero al posto del successo e del prodotto i mantra di Capuano alternando come motto, un “ma che ce ne fotte” a un “cazzo”.

13) La sua Napoli è sempre arrapata e il sesso giustifica tutto, più della psicanalisi che analizza il sesso: da Nanni Loy fino a Capuano, è una città che non conosce sazietà. Cosce e zizze, culi e pompini, bitter San Pellegrino e mortadelle.

14) Il solo regista che non ha una visione distorta di Napoli, e forse ci riesce proprio grazie al suo strabismo.

15) “La guerra di Mario” è un gioco di verticalità, una funicolare che collega terrazze del Vomero e Ponticelli, cielo azzurro e polvere, sterpaglia della tangenziale e giardini pensili. Una guerra che è la stessa di Capuano, tra mondi inconciliabili: le due Napoli, che alla fine devono trovare il modo per coesistere, anche perché a Capuano piace ammischia’.

16) La sua Luna è l’emblema dell’erotismo che riesce a superare Fellini, Pasolini e Bertolucci. Una faccia che da pianeta finisce sempre per assomigliare a un culo, aprendo l’immaginazione ad altri mondi e ad altri desideri.

17) Dal voler essere il nuovo Richard Gere a cantante internazionale, da sassofonista di musica jazz a pokerista, il sogno è l’unica dimensione che appartiene completamente ai personaggi di Capuano, l’unico mondo in cui possono realizzare quello che vogliono, fallendo ogni volta.

18) Come Ken Loach sa annodare la comicità e il tragico, senza deridere gli ultimi, conosce le strade, con i loro tempi, linguaggi e forme come Claudio Caligari, e riconosce il paradosso dell’esistenza e la sua crudeltà senza smettere di sorridere, esattamente come Woody Allen.

19) “Il buco in testa” si sentenzia come film pasoliniano, in realtà tutto il cinema di Capuano è l’evoluzione del suo sguardo: non semplicemente per mettersi dalla parte degli sconfitti, ma per la naturalezza del racconto dal reale perché “è inutile che ti affanni a cercare le storie, basta stare con gli occhi aperti; è la vita che viene da te”.

20) Purpesse di Rione Terra, asini di Pompei e cani di Ponticelli. Il cinema di Capuano è un grande bestiario, in cui gli animali sono il lasciapassare, l’unico modo per far comunicare gli uomini più umili, con una società ormai addomesticata.

21) La canzone napoletana è ‘na granda zoccola, ma pure il cinema non scherza.

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One thought on “Capuano Antonio, ottantadue anni ad aprile

  1. […] in fondo ai viali di Vienna», come canta Paolo Conte. E, infine, l’apparizione risolutrice di Antonio Capuano – che ha in Ciro Capano un interprete perfetto – che scuote Fabietto e lo tira via dal torpore, […]

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