Trent’anni che non smettiamo di pensare che fosse amore.

269696414_633920127739164_7384571744377724256_nUna ballerina di ceramica e il suo compagno a pezzi sul pavimento. La scena iniziale del film è più un’analisi freudiana: come fotografare la psicologia della coppia per Massimo Troisi.

Grazie a Troisi tutti gli uomini hanno imparato come rimediare ad un anniversario dimenticato: si conta dal giorno dopo aver fatto l’amore per la prima volta. Il fuso orario dei fidanzati che non pensano all’amore da commercialista.

Perché per Massimo Troisi non conta la penetrazione, per fare l’amore si intende già dal petting, questa è l’unica spiegazione razionale a una scena di sesso completamente vestiti.

Escluso “Splendor”, Troisi nei film schiva qualsiasi occupazione stabile. Come se anche il lavoro dei personaggi che va ad interpretare possa distrarlo dal cinema o annoiarlo.

Come in “Scusate il ritardo” la casa degli amici è il salotto di pianti e ricostruzioni, amori interrotti apparentemente senza giusta causa e sostegno dei più stretti. Troisi prima consola e poi si ritrova ad essere consolato.

Non avevamo capito l’utilità dei confetti ai matrimoni fino all’arrivo di Angelo Orlando, e all’ utilizzo musicale del dolce che anticipa i ritmi a percussioni dei Bottari con Enzo Avitabile.

Il codice etico della sofferenza casalinga: se deve essere vissuta, meglio da soli, altrimenti si soffre male, si soffre poco, non ci si diverte.

Dai braccialetti alle ciocche di capelli, dagli orecchini alle bomboniere, “Pensavo fosse amore” è un film estremamente legato agli oggetti, quasi a tracciare la mappa di una caccia al tesoro per arrivare finalmente alla soluzione dell’enigma: dov’è l’amore e come cercarlo.

Tra tutte le disfunzioni, i litigi, i dialoghi e le discussioni, la vera coppia funzionante del film è quella Orlando – Troisi.

Ah, e quello è bello?

Il bambino fidanzato con la madre di Cecilia, la bruttezza di Enea, l’assurda gara di tagli di capelli. Dalla rottura di Cecilia, la regia di Troisi passa ad una versione grottesca della realtà, plasmandola alla sua visione, come in un film di Lina Wertmüller, forse anche per questo il titolo gli somiglia per lunghezza.

Una maga perennemente con gli occhi chiusi. Sarà sempre Nuccia Fumo ad interpretare questo personaggio in “Sono pazzo di Iris Blond” di Carlo Verdone come omaggio all’amico.

Se nei film precedenti le madonne, furbe, appaiono ma solo agli altri che non sanno chiedere, i miracoli si fanno attendere e le vie del Signore sembrano finite, per l’amore non può fare niente neanche Giovanna Antida Thouret, ma solo la magia. Con tutte le scuse per San Ciro.

Teorema troisiano. Se ci sono dei problemi in una coppia si compra una casa, quando la situazione peggiora ci si sposa, quando la frattura è irreparabile si fa un figlio. Quando proprio si è stanchi l’uno dell’altro, non ci si lascia perché ormai si è vecchi.

Consiglio ai lettori: non si cancella neanche inavvertitamente un concerto di Sinatra, soprattutto per fare gli scherzi, perché poi le donne vi lasciano.

La smorfia di dolore e gioia di Zátopek al traguardo, l’esultanza di Sandro Pertini alla finale in Spagna, la corsa barbara di Marco Tardelli ma niente è paragonabile all’espressione di soddisfazione enorme di Troisi per quei braccialetti buttati a mare.

Chiara, come Eris, la dea della discordia. In qualsiasi scena porta il panico e l’imbarazzo, la follia dei sentimenti e la vendetta calcolata. E se anche in questo film di pomi d’oro non ce ne sono, purtroppo c’è un caffè avvelenato.

“Basta che tu la renda felice io te la do”. Il femminismo di Troisi è tutto nel dialogo finale con Enea, quando gli chiede “Che dai?”: non c’è contesa amorosa che si risolva tra uomini, è sempre la donna a scegliere con chi vuole stare.

Tutti gli strumenti di comunicazione sono il vettore della sua incomunicabilità: se al telefono e al citofono non ci sono mai possibilità per spiegarsi e chiarirsi, la televisione diventa la via di fuga per evitare qualsiasi discussione.

Dal vetro della sala di cerimonie di “Ricomincio da tre” all’antro della maga di “Pensavo fosse amore” la stessa smorfia scolpita nel viso di Troisi, tra insofferenza e inadeguatezza: la smorfia dei matrimoni.

È una lunga camminata quella di Francesca Neri, vestita da sposa, nel finale: a ogni inquadratura si spoglia dell’etichetta matrimoniale, prima il velo, poi si scioglie i capelli. Come rinunciare a tutti gli artifici per cominciare a confrontarsi sul serio. Nasce la coppia, e fuori dal matrimonio.

All’entrata nel bar, la macchina da presa si fa strada tra coppie felici per condurre Francesca Neri da Troisi, arretrando la sala è deserta, e solo loro due, con le loro imperfezioni e difetti, sono l’unica coppia che rimane. Gli altri si dissolvono nell’ apparenza, loro resistono nell’immagine per il loro legame. Bisogna non conoscersi o dimenticarsi e ritrovarsi, forse.

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