La bellezza è degli sconfitti

weDice Manlio Sgalambro: «Solo nel momento felice dell’arte quest’Isola è vera», e Giovanni Falcone, come solo Franco Scaldati, è stato un momento felice dell’arte della Sicilia, rendendola vera. Tanto che il cinema e il teatro successivi – da anni – provano e riprovano a rifarlo senza riuscirci, perché sono sovrapposizioni: le sue immagini inarrivabili – mentre fiero entra nel palazzo di giustizia di Palermo, mento e petto in fuori, ricorda Salvador Allende che entra a La Moneda – e i suoi testi irraggiungibili – pensate alla frase ripetuta sulla paura, ma anche alle sue analisi sulla mafia con il suo essere un fenomeno umano con inizio e fine, alla scrittura a mano dei verbali di Buscetta – con buona pace delle critiche dei Sandro Viola.

Era fuori sincrono, in anticipo, per questo incompreso, tanto che alcuni suoi detrattori ora e solo ora vedono il quadro, e altri suoi coevi ne diedero una proiezione letteraria: Mario Pirani lo paragonò ad Aureliano Buendía, personaggio di Gabriel García Márquez, Giuseppe Ayala all’Alighieri: «Buscetta è Virgilio, Dante è Falcone, Cosa nostra è l’Inferno», il boss Michele Greco gli diede del Maradona. I tre paragoni sono esatti e danno la dimensione dell’uomo e delle sue sfaccettature: anche se con molte sconfitte, tanta solitudine e un carico generazionale di impegno e colpa. C’è una immagine, e una sola, dove Falcone appare soddisfatto: è l’attimo dopo la lettura della sentenza del maxiprocesso, sorride e fuma, sorride e muore. Spesso ho ripensato a un’altra immagine, quella di Franco Scaldati sul palco con una gallina in mano, insieme ad Allende li annodo a Falcone, la gallina è quello che pensano di aver raggiunto, oltre c’è la morte. Insieme sono tre apparenti sconfitti. Hanno perso prima, in vita. Non dopo.

Falcone non va banalizzato come giudice, ma va esaltato come pensatore, al pari di Leonardo Sciascia e Luigi Pirandello. Aveva mondo, lingua e storie, proprio come loro, e orientamento. Decodifica il mondo mafioso perché vi appartiene senza negarlo, sa che la mafia comincia in famiglia, e poi si ramifica ed estende, sa che gli è stata tutta la vita di fianco, come un’ombra, invidiando la sua luce, la sua forza nell’evitare il buio, nel non caderci dentro. Ha la lingua, la stessa, per questo riesce a comunicare con Buscetta, per questo la batte, sì, la batte, perché la lingua è pensiero e lui lo aveva permeato. E tira fuori tante storie, dalla mafia, svelandola all’Italia che sotto sotto la vuole conoscere solo come fenomeno estetico, come simbolica Piovra con sceneggiato annesso (c’è sempre un animale di mezzo quando si parla di mafia. L’umano non umano, come se il fuggire da un corpo umano a un altro animale servisse ad alleviare il dolore, a giustificare le morti e il male. Siamo, anche qua, in un estetismo, in una ricerca/fuga, una trasposizione simbolica. Non è solo il pessimismo schopenhaueriano di Sgalambro che disegna una Sicilia che esiste nel momento della manifestazione d’arte, ma è tutto il mondo che ne fa una questione estetica, con tanto di brand post-Padrino).

Una di quelle storie, lo uccide, come somma delle altre. Falcone ha tanti di quei bivi e delle vite possibili che non basterebbe tutta la letteratura di Paul Auster per imboccarli e percorrerle fino in fondo. Quando era un giovane giudice, nel 1976, venne sequestrato a Favignana, da un detenuto, Vincenzo Oliva dei NAP (Nuclei Armati Proletari), che voleva essere trasferito. Prese in ostaggio Falcone e gli tenne il coltello alla gola dal mattino al pomeriggio inoltrato, fino a quando non ottenne il trasferimento che chiedeva. A Favignana voleva tornare Falcone nel 1992, cinque giorni prima di morire, quando aveva compiuto 53 anni, voleva vedere il passaggio dei tonni e anche la loro cattura. Ci fosse andato invece di cambiare idea, giorno, chissà. L’avesse ferito il detenuto Oliva, chissà. Avesse reagito e disarmato Oliva, chissà.

Il mare separa queste ipotesi, come pure Falcone da Totò Riina, capo dei Corleonesi, che decide la politica stragista, il cambio di linguaggio.  Falcone nuotava, era anche stato in marina, Riina no, uomo di terra, legato alla terra come un albero, si presenterà sempre come umile contadino, con tutto il carico di proverbi, moderazione e ottusità. È il mare che disegna la libertà di Falcone, la sua vastità, il suo orizzonte, ed è la terra a raccontare la banalità di Riina e del suo male. Ed è l’estetica a condannare Riina, tozzo, cupo, con giacche che storte lo stringono, tanto che una grande esteta come la fotografa Letizia Battaglia quando lo vede apparire in una delle sue numerose deposizioni dice: «Che cafone». Di Falcone, invece, tutti ricordano il sorriso, la vetta dell’estetismo, il maggior risultato dell’arte, la soddisfazione più grande.

La bellezza è degli sconfitti,

il futuro non è dei vincitori,

è di chi ha la capacità di vivere.

E chi ha la capacità di vivere,

di essere totalmente se stesso,

è inevitabilmente sconfitto.

[Franco Scaldati]

Giovanni Falcone visto da Fabio Mingarelli

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