The last urchin

1124788_AurelioDeLaurentiis_DannyDeVitoNIAF2010Danny DeVito lo sa, quando Aurelio De Laurentiis lo convoca a casa sua a Los Angeles vuole una mano cinematografica, dietro la mozzarella, gli spaghetti, e i vini italiani c’è la ricerca di una complicità che ha solo con lui. A volte gli serve un parere, altre ha bisogno di una spinta o un conforto e basta un: fallo, e raramente scatta il facciamolo, pericolosissimo agli occhi di DeVito perché sa che se l’amico Aurelio è meraviglioso, il produttore De Laurentiis è esigente come il sergente dei marine di “Full Metal Jacket”. Ti ricordi la storia dei calciatori del Napoli? Sì. Ho quasi finito. Hai fatto come Michael Corleone, hai sistemato tutti gli affari della famiglia? Sì. Manca ancora qualcosa, e mi ispiravo a un altro film. “Gangs of New York”? No, “Moneyball”. Certo, l’ho visto, seguo tutto quello che scrive o riscrive Aaron Sorkin, pure i telegrammi. Lo so è bravo, ma costa. Come tutto quello che merita. Non sempre è così, ma non tergiversiamo, ascoltami. Son qua. La vuoi girare una docuserie? Aurelio sono vecchio. Ci sono in ballo un mucchio di soldi. Che non sono la piscina di “Cocoon”. Era la piscina? Mi pare di sì, che importa? era per dire che non mi daranno giovinezza. Quella no, ma sicurezza sì. Ancora? Aurelio, sono vecchio, non me ne frega più un cazzo di niente. Io non so come hai fatto a diventare famoso con questa mentalità. Le mie virtù nascoste. Ascolta. Son sempre qua, immobile come Nicolas Cage davanti alla macchina da presa. Mi sono finalmente liberato dell’ultimo scassapalle di calciatore, che andrà al Toronto. A giocare a hockey? No, sempre calcio. Un talento ma senza testa, però è napoletano. E quindi è migliore? No, ma ha una appartenenza forte. Ah dici che torna? Chi se ne frega se torna, per me se ne sono andati tutti la sera dell’ammutinamento, è importante che sia napoletano, una specie di sciuscià che gioca a pallone. Vuoi che faccia Rossellini? Mi stai dicendo che c’è una Ingrid Bergman? No, non c’è, le donne così non esistono più. Ti sto dicendo che possiamo raccontare “The last urchin” anche se in napoletano è meglio, si direbbe scugnizzo. The last scugnizzo. Filmiamo la sua vita, sai questo è cresciuto per strada, giocava al mercato, poi nei campi. Arriva ad essere capitano del Napoli, e poi Toronto, la comunità italiana, perlopiù di meridionali, è numerosa e affamata di queste storie, raccontiamo la loro vita, e seguiamo anche la prima stagione dello scugnizzo lì. Una serie? Sì. Se va bene anche altre stagioni, e se ti annoi, puoi anche solo supervisionare, dico le stagioni successive, ma all’inizio mi servi tu. Potremmo portare gli italoamericani che contano a Toronto, intervistarli, lavorare di finezze sulla nostalgia. Sai che Toronto ha una città nel sottosuolo, un centro commerciale enorme, pensa quanti sponsor, rimandi, e quante scene. Ci posso pensare? No. Dobbiamo farla. Perché ci tieni tanto? Perché è una mia regola: se mi fai perdere tempo devi pagare. Pensa se l’applicassi io con te. Non eri vecchio stanco e alla fine? Mai abbastanza quando si tratta di sfotterti. Dai ti affianco due assistenti alla regia. Facciamo tre. Due. Tre. Due. Tre. Due. Tr…

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