Paco Gento: sentimento d’eversione

1642499156_122906_1642500632_album_normalEra il solista della velocità, così svelto e travolgente da avere un soprannome da tempesta improvvisa, un vento che sconquassava le linee difensive: “La Galerna del Cantábrico”. Dopo 88 anni di corse sulla fascia ha scelto di riposarsi, Francisco Gento, quello che don Alfredo Di Stefano invocava quando era stanco, e che Ferenc Puskás aspettava in area di rigore, la più grande ala sinistra della storia del calcio. Non segue dibattito. Per i miscredenti, ai quali non bastano i dribbling, alzare gli occhi in bacheca: sei Coppe Campioni – unico calciatore a vincerle –, dodici Ligas, difficilmente raggiungibili ora che Lionel Messi – fermo a 10 – si è aviotrasportato a Parigi. Paco Gento prima che un’ala era un sentimento d’eversione, si liberava dalle marcature come una evasione dal carcere – dirà Eduardo Galeano –, aveva il naso greco e le gambe brasiliane, una faccia antica portata sopra un corpo che generava un calcio moderno. La sua velocità lo faceva immaginare in bicicletta in campo, perché lasciava gli altri fermi a guardarlo, mentre lui era già passato, come il vento, appunto il vento. Era nato a Guarnizo (Cantabria) nel 1933, dove giocava nella fattoria di famiglia tra mucche e galline, con palline fatte di piume, su spiazzi improvvisati e schizzati dal fango, tanto che quando arrivò al Real Madrid fu abbagliato da tutto quel bianco. Il primo anno non fu ceduto all’Osasuna, come aveva deciso Santiago Bernabéu, solo perché Alfredo Di Stefano aveva visto – come al solito – prima degli altri, dove sarebbe andato quel ragazzo, e si impuntò: voleva continuare a passargli la palla. Rimase 18 stagioni. Gento arrivava dal Racing de Santander, con il quale aveva già esordito in Prima Divisione a 19 anni, tanto che i tifosi non volevano che venisse ceduto e inseguirono l’inviato madridista, un tale Bustamante, per tutta la città e la firma avvenne clandestinamente in un garage. Era un mondo diverso, politicamente scorrettissimo – grazie a Dio – tanto che a Gento capitò anche di assistere a una scena da angelo di Wim Wenders: «Uno dei giorni peggiori della mia vita. Ero in tribuna, e dei tifosi davanti a me hanno iniziato a inveire contro l’undici, pensando che fossi io. ‘Questo Gento è così scarso, fa sempre la stessa finta. Vediamo se lo rimuovono subito. Non so per cosa l’abbiano preso…’. E tutto ad alta voce. E io ero lì, seduto accanto a loro, senza dire niente. Sono tornato a casa molto triste. Pensavano che fossi scarso anche quando non giocavo». Gento era un ragazzo di provincia che si ritrovava nella capitale, con una squadra che in quegli anni era aristocratica ma anche a secco di vittorie e trofei, non poteva immaginare che ne sarebbe divenuto un simbolo. Diceva di aver appreso la classe dalla fabbrica, il Real Madrid. Gento andava a tutta velocità col pallone, poi virava improvvisamente e prima si arrestava mandando fuori tempo gli inseguitori, e dopo se ne dispiaceva, era così, un bravo ragazzo, con il pentimento per l’eccesso di avversari mandati all’aria. La sua partita, il suo gol migliore e il suo titolo – a detta sua – coincidono: finale Coppa dei Campioni, il Real Madrid batte il Milan a Bruxelles (1957-58) con un suo gol al 107° minuto, nei supplementari: «Ricordo che Di Stéfano mi disse che erano tutti molto stanchi, e solo io potevo vincere quella partita. Una delle mie migliori virtù era la resistenza». In campo e fuori. Il suo correre non è stato vano, il Real lo ha ricordato come un padre, con video e una pioggia di messaggi, da Pérez ad Ancelotti. Anche perché poi era stato un osservatore per il Madrid – venne a Napoli nell’87 per guardare la squadra di Maradona –, come tutti i fuoriclasse – tranne Cruyff – non fu un buon allenatore, non poteva. È stato fondamentale per la nazionale Spagnola, anche se non fortunato come nel club, José Villalonga lo escluse dalla vittoria europea del 1964. Ha giocato nei Mondiali del ’62 in Cile e nel ’66 in Inghilterra. Diceva di sognare le vecchie partite, dove continuava a dribblare, smarcandosi anche dal padre che non voleva che divenisse un calciatore.  

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