Victor Cavallo: nulla da volere, solo volare

MP00082948Scendeva con una maglietta gialla lungo la discesa alberata della Garbatella, adorava Mike Tyson e Agostino Di Bartolomei. Victor Cavallo, faccia da imperatore romano, capelli ricci, scuro, dichiarava di non essere Macario, era un poeta beat, uno dei pochi italiani che hanno vissuto da poeta vero. Roma era la sua NewYorkLasVegasSanFrancisco e Scarface uno sfigato che aveva scommesso sulla partita sbagliata, voleva una vita di taxi e di basilico dolce come una donna e con le labbra morbide, perché non gliene importava nulla di volere, preferiva volare. Mischiava la Roma con Leopardi, e chi se ne frega, vola sotto la curva, «Totti mezzapunta?», e mi faccio un altro Averna, escono da sotto il catrame dell’autostrada del sole, a precipizio, i suoi personaggi, persi sulla infinita via Palmiro Togliatti. «Veniamo da vicino e andiamo vicino». Poteva restare tutta la vita qua, a Roma, e l’ha fatto, ottooore d’attore, Cinecittà, sto a fumà, lassame perde. «Sono negro e sono povero». Allora mi sono detto: «La sozzeria economica è orrenda». E i film? Sempre meglio che lavorare, ma lui, ci sapeva fare, con le parole, e con il cinema, pure. Ci sapeva fare perché non si prendeva sul serio, perché sapeva ubriacarsi e stancarsi, ad aspettare un tram che non passa, e invece passa una americana, e allora vado a Ostia con lei, vuoi mettere? «A me non me ne frega più de niente». Era un Carmelo Bene di strada che si preoccupava più delle donne e delle campagne acquisti che della carriera. Fuggiva verso la Tuscolana. Bello e confuso il mondo di Victor Cavallo, confuso di proposito, mescolava alto e basso e non lo faceva per compiacere, ma perché gli andava, perché lui, viveva così, era così. E allora riempiva le sue poesie di desideri autentici presi dal frigo e dal petto, ti trascinava nelle sue stanze disordinate o ti portava in curva a farti vedere come Roberto Falcao sapeva passare la palla, un po’ come saper andare giù d’endecasillabi, ma guai a farlo sentire in tv. Scanzonato e timido, Victor, s’immaginava una vita così, da portare a spasso tra le merde dei volpini delle signore parioline, da perdersi nei bar, quando c’erano flipper e le sintesi delle partite, e allora giù, ancora urla, ecco a dover fare un paragone lui ha vissuto come in un fumetto di Pazienza, però a bordo pagina, oppure no, ognuno c’ha il suo Victor, a me piace pensarlo così, perso ad aspettare la coppa UEFA, e sono certo che si mangia le mani a non poter guardare la Champions. Amava lo sport, non solo il calcio, perché sapeva che nel gesto atletico c’è la vita, quella splendida e vera che dura poco, il resto è melina, qualche fuorigioco, molte palle perse. Vai Victor, cantale ancora le tue parole tantoamerica, e fallo mangiando patatine, bevendo birra e brancamenta dopo, satisfaction, prima, una vittoria ancora da aspettare, la convinzione che i poeti stanno in strada con le tasche vuote. E la tosse dietro le quinte. E cantano, cantano davvero, fino a star male. Stanchi di vivere, per questo cercano di vivere. Victor, ecco-te, ecco-ci, tocca contare, era inverno, portavi una maglia a strisce, mi han detto che eri morto, ho risposto con quello che ricordavo di te, che non era vero, a capofitto, sarai finito altrove, a ridere di noi, a divertirti ancora, perché era estate, e ti sei detto: non sono morto.

 

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