La vera passione di Mazzacurati

sddefaultQuello che per anni la politica aveva cercato di separare, la letteratura e poi il cinema erano riusciti a tenere insieme. Registi come Carlo Mazzacurati, una volta spalancata la porta d’Europa all’Est, hanno dedicato la loro filmografia a un lavoro di intreccio, tra fabula e mondi, dell’incontro tra Occidente e tutto ciò che si era solo immaginato dietro la Cortina di Ferro. Comincia nel 1992, con “Un’altra vita”, per continuare con “Il toro”, “Vesna va veloce”, per poi arrivare a “La passione” e “La sedia della felicità”. Non fa differenza che la coprotagonista sia russa, ceca o slava, per i film di Mazzacurati è necessario che i due mondi, italiano e straniero, siano destinati a non comprendersi subito, ma a studiarsi e conoscersi, capendo che è impossibile isolare una parte dall’altra. Fino a uno slancio, quello che manca oggi. E tutto quello che è destinato a perdersi nella traduzione, si ritrova nella nascita di un amore, nel varcare un nuovo confine e un viaggio, nell’essere disposti a riconoscere che ci sono parti comunicanti anche in mondi ritenuti lontanissimi. Uno sguardo, un’attenzione alle dinamiche che avrebbero investito il continente europeo e i suoi vicini che nasce anche grazie alla sorella, studiosa di letteratura russa. È così che prende forma il suo ultimo film, “La sedia della felicità”, da un libro regalatogli: «Le chiesi se era vero che il film di Mel Brooks, “Il Mistero delle 12 sedie”, era tratto da questo racconto russo. Lei mi disse di sì: la novella nasceva da una trasmissione radiofonica che due autori sovietici (Ilf e Petrov) avevano composto per la radio negli anni ’30 e poi l’avevano scritta e pubblicata ottenendo una fortuna talmente dilagante che il racconto divenne popolare tra i bimbi quanto Pinocchio da noi ». Un racconto da cui come scoprì il regista erano stati tratti più di venticinque film del mondo. Una radice che aveva attecchito sia nella vecchia Europa che in America. Di fronte alle epurazioni nel mondo dello sport e cultura, si capisce sempre di più il cinema di Carlo Mazzacurati, dopo la sua morte, sia stato messo da parte con fretta e senza possibilità di replica, perché l’ambizione più grande del suo cinema sarebbe stata quella di vedere la costruzione di un Occidente disposto ad un dialogo vero, senza presunzione di assegnare torti e ragioni, e finalmente a creare la pace senza sottoscrizioni di amici e nemici. In questi giorni mi passano davanti agli occhi le scene dei suoi film che vedo come una scala di acquisizione delle ragioni dell’altro, dei suoi mondi. Cominciò Silvio Orlando, “Un’altra vita”, oscuro dentista, al quale i russi portano in casa l’allegria del canto – il mio professore di russo diceva che come i napoletani cantano tutto, dalle poesie di Puškin a scendere – e della musica, e gli fanno scoprire la festa, oltre l’amore e un mondo oscuro; poi arrivò un ribaltamento delle gerarchie che avveniva intorno a un ballo – i film veramente belli hanno sempre un ballo a un certo punto –, ne “Il toro”: i due protagonisti – Abatantuono e Citran – vanno in Ungheria a cercare il direttore della più grande cooperativa d’Europa che alleva bovini, Sándor, ma le cose sono cambiate; la cooperativa dopo il crollo del muro era stata comprata da un inglese, e il vecchio era troppo dentro la storia comunista per poter ballare ancora e per questo viene cacciato dalla sala, davanti ai due italiani. Credo che fosse la prima scena del cinema italiano che spiegava veramente come erano cambiate le cose nell’Est, in pochi minuti, la musica non univa ma separava; dopo venne “Vesna va veloce” con le sue lettere immaginifiche, che raccontavano una Italia che non esisteva, e oggi fa pensare alle due propagande che stringono l’Ucraina. La sua solitudine è quella di tante ragazze ucraine e russe oggi. Dopo venne Alem, dalla Bosnia, ne “L’estate di Davide”, perché c’erano altre guerre, altri spostamenti di confini, dissoluzioni di popoli con i loro sogni e la voglia di assomigliarci, ma che rimane vittima di quel salto. E in mezzo c’è un documentario su Mario Rigoni Stern, che è forse l’italiano che meglio conosceva la Russia, non per la letteratura, ma per la geografia, per averla misurata con i piedi e il fucile e per aver raccontato una delle scene più belle nel mezzo di una guerra ne “Il sergente nella neve”. E potrei continuare con la barista de “La passione” che era polacca – se mi ricordo bene – ed è l’unica non volgare in un mondo di classifiche e alberi del cinema italiano; e con lei tanti altri piccoli personaggi, sparsi nei film di Mazzacurati, che ci riguardavano, che erano parte di noi, che stavano arrivando sempre più e non per essere cacciati o cacciarci, ma per cambiarci. Dopo è venuto il cinema senza frontiera, il cinema dei fatti propri, delle caricature degli altri e della superficialità o del bene peloso. E le cose sono andate diversamente rispetto alla traiettoria disegna dal regista. I suoi uomini e le sue donne, prima che personaggi erano pezzi di mondo che ci abbracciavano, con tutte le difficoltà che comporta un abbraccio tra lingue e culture diverse. E che bello ripensare all’Est delle stalle e della neve che per i due poveracci italiani del “Toro” diventa un Eldorado di vitelli, da riportare a casa, curare e far crescere.

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