Storia di guerra e d’immagine

275663383_2984467671865825_5110193953216425259_n-1229x1536Chupa chups e fucile. Oleksii Kyrychenko, un ucraino, ha preso sua figlia, l’ha messa in posa, l’ha armata di un fucile, l’ha fotografata e l’ha usata come testimonial dell’aggressione: pubblicando la foto su Facebook. Quella bambina, come le bambine che ieri stavano sulle ginocchia di Stalin e che oggi portano fiori a Putin o che si bevono la propaganda russa nelle scuole, arriva dopo i bambini soldato delle guerre africane, quelli addobbati come martiri e fatti sfilare nel mondo arabo, o quella afgana di Steve McCurry, e soprattutto dopo la bimba nuda colpita dal napalm che piange inseguita da una nuvola nera in Vietnam. E a noi che la guardiamo da una città che usa i ragazzini come killer o corrieri di droga – lo raccontò Antonio Capuano al cinema e prima Giancarlo Siani su questo giornale – deve far arrabbiare ancora di più, all’interno della condizione assurda che si crea in guerra; ma parafrasando Joseph Heller e il suo “Comma 22”: «Chi è pazzo può chiedere a sua figlia di posare con un fucile, ma chi chiede a sua figlia di posare col fucile non è pazzo». Questa russa-ucraina è la prima guerra social, nel cuore dell’Europa, dove sembra di sapere tutto e invece non si sa niente, e dove la superficialità dei social si sta mangiando la cronaca: l’immediatezza di una foto così, può essere più potente di una bomba, tanto che la condivide l’ex presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, e diventa virale, a riprova di una Europa più social che politica, con la coscienza liquidissima, che si aggrappa a tutto, anche a una bimba armata in finestra, che si presta al gioco (disperato) del padre, e diventa una foto da copertina. Il contesto è la guerra, ma la trama è una finzione, non spara, non è armata, non è coinvolta se non come vittima di due ingiustizie – una enorme e incontrollabile, l’altra piccola ed evitabile – e poi scenderà e dovrà raggiungere il rifugio più vicino, appena i russi prenderanno a bombardare. E tornano i paradossi: è peggiore essere usati da un genitore per una propaganda che si somma alla propaganda ucraina che si oppone a quella russa, oppure è peggiore tornare nel rifugio – dove nessun bambino deve andare mai – dopo essere anche stati usati come auto-assoluzione dall’Europa? È una catena di cose peggiori. Meglio sarebbe evitare a un bambino ogni coinvolgimento oltre lo sconvolgimento della sua normalità. Ed è una foto diversa dai bimbi sudanesi o ugandesi che posano con i mitra, dai killer di una favela brasiliana o dai rapinatori di una Township sudafricana, perché non c’era nessuna esigenza, aleggiava in famiglia un grande ideale o una grande paura, ma nessun ideale o grande paura può superare il diritto alla spensieratezza dei bambini, ed è ancora più ingiusta delle altre foto che abbiamo visto in questi anni, perché non c’è costrizione ma gioco ed estetica, oltre una ricerca di consenso (sembra uscita da una vecchia campagna dell’orrore jugoslavo che ideò Oliviero Toscani ai tempi dell’altra guerra europea). È perfetta, per la posa, il viso, il biondo dei capelli che si annoda alla sfumatura di blu tra cappottino e jeans che avvolge il corpo della bambina: una gamba piegata per reggere il fucile e una distesa a coprire il davanzale della finestra che la ospita, indossando gli stivali che fanno pensare alla neve e al freddo, non guarda in macchina, ha il fiocco con i colori della bandiera ucraina che sono ovunque e che richiamano subito all’impegno e alla condivisione, e infine il tocco da copertina è il lecca lecca, che crea il cortocircuito, perché richiama alla normalità dell’infanzia, alla spensieratezza e al premio, oltre a Lolita o al soldato Joker di “Full Metal Jacket” capace di sparare al nemico avendo il simbolo della Pace sull’elmetto, tanto da essere richiamato dal colonnello, al quale risponde: «volevo soltanto fare riferimento alla dualità dell’essere umano, l’ambiguità dell’uomo, una teoria junghiana». Ecco l’ambiguità creata da Oleksii Kyrychenko è una sottospecie dell’ambiguità della propaganda putiniana. Ma alla bambina ucraina, in fondo, è andata anche meglio che ad altri bambini: tipo quelli che l’Arabia Saudita compra nello Yemen o quelli che annegano nel Mediterraneo e non guadagnano nemmeno le copertine dei giornali. In Myanmar le famiglie fanno i funerali finti dei figli per salvarli dalla guerra, la morte diventa salvezza, in questo caso armare una bambina non serve a niente, non solo è sbagliato, è inutile. Kyrychenko non sta salvando sua figlia, la sta condannando alla notorietà. A meno che non diventi medaglia d’oro alle olimpiadi per il tiro al piattello, come il giovane Edin Džeko  ritratto tra le rovine di Sarajevo e poi divenuto campione di calcio, ma aveva un pallone e nemmeno sapeva dello scatto. La differenza salta agli occhi.  

[uscito su IL MATTINO]

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