What a Wonderful World

275811681_712100899791118_7555198102833491622_nZelens’kyj pensa al grande futuro dell’Ucraina, divisa in quattro grandi serie: Netflix, Prime, BBC e HBO.

Se Obama per Clint Eastwood era una sedia vuota, Biden corrisponderà a un divano a tre piazze.

Per Putin vale la regola dell’oligarca: quando voi ancora mangiavate con loro le tartine, noi avevamo già ordinato la quarta vodka, urlando merda.

Mieli parla di guerra a nome della NATO da anni, e voi ancora gli credete.

E’ bastato un soldato del novecento per mettere in crisi la bella Europa del futuro.

Dio ci scampi da un’altra canzone di Sting, dalla chiamata alle armi delle scrittrici italiane, e dall’ennesima preghiera di Francesco.

Di Maio è contro la Rivoluzione d’ottobre, scusatelo, col programma sta in ritardo.

Letta ha spiegato che con l’elmetto ha risolto il problema della calvizie e non ha intenzione di toglierlo.

Se Zelens’kyj continua a citare Churchill, rischia di confondersi e mandare i pescherecci a riprendersi i soldati in Francia.

Carmelo Bene se ne voleva fotte del Ruanda io di Zelens’kyj e soprattutto del suo governo.

Israele non va bene, la Turchia nemmeno, la Germania ha già dato, la Cina non vuole. Ma voi cercate un negoziatore o un wedding planner?

Siete tutti ucraini, come eravate americani, diteglielo agli iracheni, agli afgani, agli yemeniti, ai coreani, ai vietnamiti, ai kosovari, ai palestinesi. E sono sicuro di dimenticare qualcuno, come agli Oscar.

Ma Kamala Harris è convinta che una risata seppellirà Putin, o è una paresi?

A Wimbledon alla Scala chiediamo ai russi di abiurare, e nessuno che avesse chiesto a Bush almeno un bigliettino di scuse.

Ėjzenštejn lo confondete con la parodia, Anna Karenina era una Liz Taylor russa, la bellezza che deve salvare il mondo: Dostoevskij l’ha detta diversa, insomma della Russia non avete mai capito una mazza.

La NATO ricorda un po’ le vetero femministe e il loro “L’utero europeo è mio e me lo gestisco io”.

Ricordate quando Bush rischiò di morire soffocato da un cracker? Alla fine tra tartine e cracker, la storia contemporanea si risolve sempre agli aperitivi.

Le bombe sulle città ucraine sono la cosa peggiore che potesse fare Putin, però anche gli editoriali di Molinari non scherzano.

Quelli che vogliono l’intervento armato in Ucraina sono gli stessi che ripudiano la violenza. E poi mettono anche il cappotto al cane.

Il battaglione Azov non è nazista, è solo un fascio di nostalgia sotto forma di muscolo strozzato: il sogno di un culturista sotto ketamina.

Ma per chi è d’accordo con Travaglio sulla NATO che operazione di peace–keeping mentale è prevista?

La Aleksievič sogna la guerra di Spagna in Ucraina. Tesoro, arriva alla fine del capitolo di storia e poi ne riparliamo.

Fatemi capire: ai vostri figli portate lo zaino fin dentro l’aula a scuola e poi i figli degli altri li volete in Ucraina a massacrarsi la schiena?

Bombe sugli ospedali, bombe sulle scuole, eppure Oliver Stone obbligò Putin a vedere “Il dottor Stranamore” di Kubrick. Probabilmente aveva fatto in tempo ad ordinare lo Zar’s cut.

Conosco gente che è diventata vegana dopo aver letto un libro di Safran Foer, e ora dopo aver letto una sua intervista si sente ucraina. “Ogni cosa è illuminata” diventa all’unanimità un caso di spoiler.

Se Putin si immagina zar guarda al passato, con Zelens’kyj che si crede Churchill, che cosa è “Ritorno al futuro”? Eh no, tutto questo ai vostri figli non piacerà.

Ucraini, se non avete un Maradona per pareggiare i conti ai mondiali, mica possiamo andarci di mezzo tutti quanti.

Americani, ma non eravate impegnati con le battaglie di genere e i pronomi giusti? Da linguisti a esperti di geopolitica in un tweet.

Marvin Gaye diceva: dovunque lascio il mio cappello questa è casa mia. Putin, non era da leggere alla lettera, scherzava.

Se ripenso a tutto quel sacrificio a riavere Mattarella come presidente. Italiani, ditemi, dopo un mese di guerra, ha fatto la differenza?

Pensate che la Russia sia stata spietata. Aspettate che scoprano il murale con Dostoevskij di Jorit.

[illustrazione di Álvaro Bernis dal New Yorker]

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