La pace e il patto di Abramovič

_123637999_9b969b1c-167d-4e27-84fb-2021ac3c3f9bNon sappiamo se Abramovič è stato davvero avvelenato, dice Ben MacIntyre sul “Times”, intanto in Italia lo denigriamo (l’altro giorno su “La Stampa” c’era un articolo a dir poco squilibrato, oggi – per fortuna – Imarisio sul “Corriere” gli riconosce il coraggio). Provate a notare come ci sia un dispiacere evidente per la pace, invece ci dovrebbe essere un entusiasmo diffuso, una speranza a pioggia, un sostegno capillare per chi la cerca. È una scommessa fatta da uomini dubbi? Sì, e allora? Sono lontani da noi? Certo, ma non possiamo avere Bob Dylan. E non posso nemmeno dire il povero Abramovič, suonerebbe come un ossimoro, ma per capire questo personaggio da Dickens – orfano da piccolissimo, si porta dietro sempre uno sguardo affranto e una smorfia di disgusto – bisogna conoscere che cosa sono stati gli anni Novanta a Mosca: mentre noi vivevamo nei video di Michael Jackson, in Russia c’era il far west (se volete scoprirlo dovete leggere “McMafia” di Misha Glenny anche se in italiano non lo trovate più), ecco Roman Arkadievič Abramovič viene fuori da lì e si porta dietro anche una ombra enorme (sicuramente di moralità) sulla storia di Boris Abramovič Berezovskij. È probabile che incarni quella massima di Honoré de Balzac che conosce pure Gramellini: dietro ogni fortuna c’è un crimine, tra l’altro tutti raccontano che vendeva giocattoli soffermandosi sulle paperelle di gomma, come se fosse offensivo far sognare i bambini russi, l’ho sempre visto come una specie di Hugo Cabret del fútbol che bordeggia il crimine. Ma in questo contesto non ci può né deve interessare il suo passato, anche perché a tutti quelli che lo raccontavano mentre il suo Chelsea diventava una delle grandi squadre del calcio mondiale: veniva dato dell’inopportuno. Ora non deve interessare a noi che vogliamo la pace. Abramovič è un uomo controverso? Sicuramente. Ma pare essere decisivo per la fine del conflitto, viste le sue radici anche ucraine, e allora sospendiamo il giudizio e la gogna – anche solo per intelligenza – perché poi nel caso si arrivasse davvero alla pace: sarebbe uno dei protagonisti, con il dittatore Erdoğan (che così toglierà l’accezione negativa a “preso dai turchi” trasformando l’espressione da un accerchiamento a un tavolo di pace), e vi toccherebbe l’arrampicata dell’Everest. È un ragionamento pericoloso? Può essere. Anche vivere lo è, e scommettere sulla pace. Questa è la difesa di un uomo fuori dai canoni occidentali? Siete così sicuri? Ci sguazzava fino a ieri trovando ampie maggioranze che ne condividevano il pensiero e gli azzardi. Sicuramente il mio è un ragionamento meno pericoloso e sporco di quelli che Edward Luttwak fa in tivù o Joe Biden ha fatto in Polonia.

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