Z, l’orgia della stupidità

ZlorgiadelpotereGeorge Romero avrebbe bestemmiato, il regista Michel Hazanavicius ha obbedito. Il suo film, che aprirà il Festival di Cannes, davanti alle proteste dell’Ukraine Institute ha cambiato titolo da “Z (Comme Z)” a “Coupez!”, perché la Z è diventata il simbolo dell’invasione russa (apparendo sui carri armati, camion, e alcune divise), solo che ci sono gli zombie, e quindi nel film chissà come li chiameranno: *ombi, lombi, Combi (un portiere), sgombri, cosi, o X: almeno fino a quando non ci saranno problemi anche con la lettera X, che a me è sempre parsa troppo ambigua fin dalla sua irruzione nella mia vita alla lavagna della scuola. La lingua, dalla schwa alla zeta, sta diventando un pericoloso percorso a ostacoli: per il momento si coltivano asterischi come fiori, ma tra non molto si rovescerà inchiostro su righi interi, come insegnava Emilio Isgrò, che aveva capito tutto. Anche perché la zeta segna un confine tra l’universo dei simboli e l’inizio del caos, una lettera di confine, ultimo avamposto dell’alfabeto. Una combattente di natura, e se anche la svastica riceve clemenza in quanto simbolo di origine preistorica ed euroasiatica, perché zeta, di nobile nascita greca, dovrebbe soccombere all’eliminazione? Prima che gli Zorro di tutto il mondo inizino la rivolta dalla Sardegna, chiedendo a Putin di destituire il segno e tornare ad essere la firma del paladino della giustizia, chiediamoci a cosa siamo disposti a rinunciare come membri dell’alleanza atlantica: niente più karaoke degli anni novanta a cantare The Cranberries, formiche della DreamWorks doppiate da Woody Allen, lasciare il portiere del mondiale 82 senza la sua faccia, il suo pudore e la sua integrità che gli veniva da ultimo uomo con l’ultima lettera come iniziale, un cognome che era una chiusa di porta a doppia mandata: Zoff; oppure Zinédine Zidane, doppia Z come i suoi zigzag tra difensori; e poi ogni piano da furto e rapina realizzato con successo per Lupin III: l’ispettore, Koichi Zenigata, Zazà, che poi era anche una opera di Leoncavallo, un film di Castellani, ma soprattutto una famosa canzone: “Dove sta Zazà”. E cosa dire dell’unico film che Bernardo Bertolucci non volle mai vedere, perché per la prima volta nella storia, a Zagarolo, una parodia aveva superato l’originale parigino? Per lo zucchero fa nulla, dopo grano e gas, è il minimo. E pazienza per i poveri Émile e Gianfranco Zola, ma Zavattini è ineludibile come la cultura russa. Ma altro che vittima della propaganda e del potere, la zeta è una ribelle. Proprio come ha ripetuto Costa-Gavras al Bergamo Film Meeting: «La mia “Z” resterà più a lungo di quella di Putin»; è nella difficoltà e nella resistenza che sopravvive il carattere indomito della lettera zeta: “Z” è l’iniziale del verbo greco ζω (“vivere”) e ha la stessa pronuncia di ζει “(egli) vive”; dopo l’omicidio di Lambrakis, politico di sinistra e attivista per la pace, la lettera veniva scritta per protesta sui muri per ricordare il deputato ucciso. Provate a spiegarlo a Zelens’kyj e ai suoi. E se proprio ci tiene a questa censura, cominci dal suo cognome.

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