Hugo Tognassì, spirito guida

small_110310-121350_to100107sto_0076-675x669Il Milan francese che vince lo scudetto e la Cremonese che torna in A, evocano, a cento anni dalla sua nascita, un grande calciatore che arrivò in Italia alla Cremonese e poi giocò le sue stagioni migliori nel Milan: Hugo Tognassì (1922-1990), ala destra di Dijon, capitale della Borgogna, nella Francia orientale. Portava i calzini bassi come Sivori, generando l’invidia degli altri calciatori, era dedito alle astrazioni, come ai dribbling, riuscendo sempre a mettere in subbuglio difese e campi. Battuta pronta e grande tecnica, snodabile, un trapezista che si infilava nelle insicurezze. A Cremona era Il Federale della fascia, poi un Mostro di sponde e finte, anche se lamentava una Vita agra per le ali destre. Ma la sua Grande Abbuffata fu al Milan, dove Gianni Brera diceva che aveva il Vizietto del gol, al quale – in una indimenticabile Domenica sportiva – rispose: che ogni discesa in area di rigore nasconde uno Scherzo del destino in agguato dietro l’angolo come un brigante da strada Fatto su misura. Tognassì nel suo italiano, con l’accento francese, sosteneva che segnare era come sposare La donna scimmia, una cosa fuori natura, e che il campo era una Terrazza che doveva turbarti per la visione, il pragmatismo dei calciatori per lui era più impegnativo della fantasia, portando nel calcio un mucchio di modi di dire che poi son diventati allegorie e metafore: siccome odiava essere steso, quando si rialzava diceva: Amici Miei Non Toccare la donna bianca, questa non è la regola ma dovrebbe esserlo; chiamava il tunnel l’Anatra all’arancia; e i tiri da fuori area Cattivi  Pensieri; del calcio diceva che era Romanzo popolare; e quando si vinceva per difendere il risultato urlava ai suoi: Vogliamo i colonnelli; l’attaccante troppo esigente in termini di assist diventava La Califfa; e il difensore beffato: Il generale che dorme in piedi; la ripartenza era la Marcia su Roma; e i passaggi di pregio I telefoni bianchi; la sconfitta un Casotto; e il pareggio La stanza del vescovo; un erroraccio: La tragedia di un uomo ridicolo; I viaggiatori della sera erano i calciatori delle squadre straniere in Coppa; chiamava i tiri sul palo Il Fischio al naso; e i rigori: L’udienza. E potrei continuare ancora a lungo, ma non serve, capite da voi come il Tognassì, detto Nené, che si è illustrato su tutti i campi migliori di calcio, era cinema naturale, una espressione artistica con palla o senza, che ebbe in Vittorio Pozzo, Marco Ferreri, Nereo Rocco, Dino Risi e Mario Monicelli i suoi allenatori migliori. Ebbe anche una parentesi norvegese, quando nessun italiano andava a giocare all’estero. L’attaccante che meglio ha beneficiato dei suoi cross da ala destra è stato il lungagnone d’area e poesia Vittorio Gassman. I suoi virtuosismi stavano nella naturalezza con la quale costruiva le sue piste del nulla, tragedie belliche lungo la fascia e intermezzi di disobbedienza agli schemi: fuggiva fuggiva, col pallone, inseguendo un godimento segreto e perverso che Ghirelli diceva fosse «una corruzione nicciana», invece Bianciardi – per Tognassì – parlava di «nichilismo della poiana», e Pasolini «dell’ultimo calciatore-contadino:un Ghiggia della Borgogna», mentre Arpino di «un dribblomaniaco dal saltello agile che faceva ballare il chachacha ai difensori», «il ballerino irresponsabile» lo chiamava. E tutti giuravano di averlo sentito dire che stava per smettere, quando lo incontravano la sera nei night. Ma poi non smetteva mai, o così sembrava, fino a quando non si presentò agli allenamenti del Milan mandando un telegramma che diceva: «Sono stanco». Appena uscì dal campo “essere il Tognassì”, condizione singolare, divenne “fare il Tognassì”, condizione collettiva trasmissibile, dribblare l’avversario anche quando non serve, così per dare spettacolo. Una volta fu visto giocare a carte con Karl-Heinz Schnellinger, ma in campo, «era una scopetta veloce nel mezzo d’un catenaccio», si giustificò così. Scrisse il manuale “Come si gioca a calcio in cucina”, cui seguirono “La mazurka dell’area di rigore”; “Johnny Dorelli Stopper”; “Gloria Guida è stata Nembo Kid”; “Il governo Zoff”; e soprattutto “Il mantenuto della fascia” (autobiografia). Tra le tante curiosità ci sono le partite in carcere con Renato Curcio, col quale fondò la Nazionale Detenuti, da lui battezzata “Tirramm innanz”, e la vittoria dei campionati mondiali di biliardo a Cannes (1981). Sulla sua morte circolano molte ipotesi: c’è chi giura che sia morto di febbre nelle sirti di Singapore, chi tra le cosce di quasi otto (8) nere in un bordello di Bamako, e chi parla di un accoltellamento da parte di Liz Taylor. Ad oggi non si è trovato il corpo, a lungo cercato, anche perché aveva più volte chiesto di essere seppellito nei pressi dell’area di rigore del Milan, dove diceva di sentire il vento togliergli le preoccupazioni – «come a Livio Berruti che mi deve ancora centomila lire» – e da dove poteva sentire Beppe Viola bestemmiare, Enzo Jannacci cantare e Paolo Villaggio insultarlo, per i gol mancati.

[uscito su Lo Slalom]

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