Gianni Clerici: lingue, letterature e racchette

i__id9558_t1578453402«Sono quello con la racchetta». Rispose a Gianni Brera che gli chiedeva come poteva riconoscerlo all’appuntamento che si erano dati in galleria a Milano. Era una Dunlop Maxply, la racchetta con la quale Rod Laver realizzava il suo secondo Grand Slam. Perché Gianni Clerici, come i veri grandi scrittori – prestati o no allo sport –, stava nei dettagli, che dall’erba diventavano la Foresta Amazzonica, amava il racconto dove ribattezzava uomini, flora, fauna, tennisti, montandoli in musica, con piacevolezza, classe e umorismo tenendo insieme Oscar Wilde, Bernard Shaw, Evelin Waugh, tanto da considerare il “Gruppo 63” un sindacato. Quando venne inserito nell’International Tennis Hall of Fame (l’altro italiano è Nicola Pietrangeli, l’unico “grande” battuto da Clerici) raccontò la sua carriera di giocatore più perdente della storia del tennis: due volte al Roland Garros e due volte a Wimbledon senza mai vincere, è grazie al perdente se c’è il campione: non a caso uno dei suoi libri migliori racconta la vita di Suzanne Lenglen, tennista che perse una volta sola, battuta da un batterio, Bordetella pertussis, e poi anche da Molla Bjurstedt-Mallory. Clerici, non era il più forte della sua generazione – Pietrangeli, Sirola, Merlo, Gardini, Bergamo – ma nemmeno era il great loser che si raccontava (tutto nasceva dal record di sei sconfitte e nessuna vittoria agli Internazionali di Roma, primato esportato a Londra e Parigi). Il tennis l’aveva scelto perché gli dava la possibilità di andare per musei: si dovesse rappresentarlo – nei monumenti che pure verranno – bisognerebbe metterlo tra libri e racchette. Perché aveva shakerato i due mondi scoprendo Gogol  a bordo campo con la baronessa Kroff e trovando i grandi racconti con Alan Little, il bibliotecario di Wimbledon, mentre seguiva le lezioni al Circolo Tennis di Alassio (presieduto da Lord Daniel Hanbury), col maestro anglo-americano Sweet. Lingue e letterature e racchette. Era oltre, così dalle vittorie in doppio sul campo con Fausto Gardini – campioni italiani juniores nel ’47 e nel ’48 – passò al doppio con Giancarlo Fusco sulle pagine de “Il Giorno” dove il direttore Italo Pietra poteva ripetere tra il disperato e l’ironico: «Ho tre croci, una grandissima Enrico Mattei e due piccoline, Giancarlo Fusco e Gianni Clerici». È su quelle pagine che comincia tutto: libertà, barocchismi, soprannomi, divagazioni e gare con Gianni Brera che chiudeva una pagina di giornale in 7 minuti battendo con l’Olivetti, mentre il giovane Clerici solo in 8. «I setter riportano, io sono uno scrittore». Quasi per tutti, dalla Bellonci che se lo ritrovò allo Strega – presentato da Bassani e Soldati – si sentì dire «Lei è quello del tennis?». Sì, era quello del tennis che ha finito per cambiarlo attraverso la letteratura, con in tasca una laurea in Storia delle religioni, il vanto di aver portato mitra sovietici ai partigiani nella sua borsa da tennis e d’aver palleggiato alla pari con Calvino, Hemingway, Chatwin ed Hesse. Chissà se due Nobel fanno uno Slam. Sono suoi i termini poi divenuti di uso comune: “semiriga”, “erba battuta”, “Doppio errore”, “rovescimobimàne”, “erezione agonistica”, “fazzolettino bagnato”; per non parlare dei numerosi ribattezzi: NeuroCané, scheletromagro, ilvampirodelBonacossa, LolitaKournikova, Nerafragola, Venered’ebano, GiunoneDavenport, e per il suo compagno di telecronache – celebrate dal “New York Times” – Rino   Tommasi: Computerino o TheRino, che rispose chiamandolo “dottore Divago”. E poi c’è la Bibbia, il miglior libro sulla storia del suo sport: “500 anni di tennis”, che prima era stato “vero, facile, grande”; Wimbledon – dove la prima volta andò in Cinquecento per giocare e perdere – l’Australia, i romanzi senza tennis e con tanti hemingwayani animali, le opere teatrali e le poesie nelle quali Giovanni Raboni trovò «una sorta di ansiosa fermezza, di sfuocata precisione». Un poeta-ossimoro Clerici, che del tennista non aveva l’animo, la forza, la convinzione. «Ero inadatto alla vittoria, perché la vittoria implica un atteggiamento bellico.  Lo sport è, parafrasando Clausewitz, la continuazione della guerra con altri mezzi». Invece, dello scrittore aveva l’immaginazione, infatti diceva: «Il mio tennista è ‘Big Bill’ William Tilden, perché è uno dei pochi che non ho visto giocare». Poi c’era tutto un immaginario di galeotti e contrabbandieri ed eversori che gli balenava dentro, utilissimo per portarlo lontano dal suo mondo d’eleganza che gli faceva sognare d’essere accarezzato dalla volée di McEnroe, che pure aveva rimproverato riferendone ai genitori. Clerici, apparteneva alla generazione di giornalisti che vedevano crescere i tennisti – lo mandarono a cercare Chang, se ne tornò con Sampras –, li scoprivano, discutevano con i genitori e allenatori e David Foster Wallace, e poi ne facevano letteratura. Voleva diventare monaco buddista, per fortuna Giuseppe Tucci  gli tolse il pensiero, e si accontentò d’essere giornalista. Non ha vinto Wimbledon e nemmeno il Nobel, ma ha fatto ace alla Storia del tennis, scrivendo.

[uscito su IL MATTINO]

Ritratto di Tullio Pericoli

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