Viaggio alla fine di Yehoshua

Era un naso destinato alla letteratura quello di Yehoshua. Inimmaginabile per Rostand, con la stessa poesia di Dante, scritto da Gogol’ per l’intraprendenza. Pronto a perdersi nel mondo, raccontando bugie e conservando l’intuito di fiutare le più grandi.

Il Mediterraneo di Yehoshua era collegato, come le rotte delle navi nel suo “Viaggio alla fine del millennio” e lo shakshuka in “Tunnel”. Un unico piatto che sa contenere tutti gli elementi primari – pomodoro, uova e cipolla – : sazia e soddisfa tutti.

«Bello come tutti i libri di Yehoshua», ripete Nanni Moretti a Silvia Nono in “Aprile”: mai leggero come un telefono di Giugiaro; mai scollegato dalla storia, come il sugo con un rigatone; ottimo argomento di discussione per evitare la descrizione di un travaglio.

Preoccupato dai nazionalismi nell’Europa orientale, dalla Brexit, dal fallimento di una soluzione di pace in Israele. All’Europa rimproverava di aver dimenticato i suoi valori dopo la seconda guerra mondiale, al proprio paese diagnosticava il male contrario: l’eccesso di memoria. Il conflitto insanabile della storia.

“La figlia unica”, ultimo romanzo. Un “unico” spaccato, frazionato in tante unità e radici diverse, come la famiglia di Rachele Luzzatto. Del resto sua città natale è Gerusalemme (Yerushalaim, dove il suffisso “aim”, significa il “doppio”). Una condanna all’eterna separazione del popolo ebraico, sempre tra il deserto il sogno di patria, la guerra e la pace, la difficoltà di vivere insieme ai palestinesi.

Contrasti famigliari, ma soprattutto generazionali. La scrittura di Yehoshua viaggia in parallelo con il teatro di Eduardo De Filippo: nuove identità, perdita delle radici, cambiamento della società. L’equilibrio più precario da difendere è la coppia: senza un legame di sangue, con l’ambizione dell’“uniti per sempre”, destinato a lottare con correnti contrarie.

Amò e insegnò Kafka, Woolf, Stendhal. Il padre era un orientalista ed esperto della storia di Gerusalemme. Sua madre arrivò dal Marocco portando la tradizione sefardita. Con Yehoshua muore il primo ministro che meritava Israele e un padre dell’Europa come avrebbe dovuto essere.

A. B. Il nome come una lezione da autodidatta al mondo e al suo alfabeto. Yehoshua, un cognome per non arrivare alla zeta, senza mai terminare la sequenza dei fonemi. Perché è solo di dio o di un’altra dimensione la capacità di comprendere il tutto.

Un’amicizia per progettare la pace a cena. Amos Oz e Yehoshua almeno una volta a settimana si incontravano per discutere della fine di una lotta che non arrivava mai, finché non fu proprio la politica a dividerli. Ci fossero ancora degli scrittori per il teatro, le loro conversazioni sarebbero già diventate una pièce.

Smise di credere alla soluzione dei due stati. Più che pace negli ultimi anni parlava di partenariato, ma anche nelle situazioni peggiori non finì mai di augurarsi una convivenza tra palestinesi e israeliani. Del resto era nato a dicembre, durante la festa di Channukkà: un portatore di luce e speranza.

Paragonava il rischio concreto di un apartheid in Israele al cancro: l’unica cura, una chemio di stato con binazionalità. Lo smarrimento di identità alla demenza senile. Lo stato e la collettività plagiati da una malattia, da un cedimento fisico. Del resto era convinto che l’integrazione sarebbe avvenuta grazie agli ospedali, dove ognuno è nudo. Un luogo di sofferenza e intimità comune a tutti.

I suoi personaggi sono commercianti, soldati, ingegneri. Mestieri legati alle geografie, vecchie e nuove da tracciare: storie per creare nuovi spazi. Negli ultimi anni si era già trasferito al settimo piano di un palazzo per “controllare i nipoti”, e la morte resta “un dono per lasciargli più spazio”.

Perché aver iniziato a scrivere e cosa pensare sull’ecologia. Sapere quanti bambini ha lo scrittore e chi sia. “Queste non sono cose importanti – dice Yehoshua – anzi rischiano di frapporre un velo fra il lettore e l’opera”. Perché “quando il libro esce, l’autore non esiste più”. Non pensate ai profili Instagram dei giallisti italiani, altrimenti vi prende un attacco di panico.

Come in “Un divorzio tardivo”, ogni cosa attraversa una “pesach”, un passaggio. Personaggi, ruoli, così come stati ed equilibri famigliari: Yehoshua fotografa la transizione, come ne “La comparsa”, con tutte le sue contraddizioni. Del resto «il popolo ebraico ha vissuto tutta la sua storia all’interno di altri popoli, ora ha paura di un altro popolo al suo interno».

Più di Athos, Porthos e Aramis, il nostro tridente della pace e della giustizia era composto da Amos Oz, David Grossman e Abraham Yehoshua. Perché come Ettore Scola abbiamo sempre pensato che la letteratura passasse per “I tre moschettieri”.

Come la tradizione biblica insegna, «in Israele difficilmente erano seguiti i pareri dei re – ricorda Yehoshua – ma si ascoltavano i Profeti, così come oggi si ascoltano gli intellettuali». Anche se si è in disaccordo con loro, tutti sanno che sono “puri di cuore” e lontani dal governo. Dopo due anni di pandemia e guerra, ci sembrava quasi di aver sognato.

La sua difficoltà era l’inizio del romanzo. Per le prime trenta pagine potevano passare anche cinque mesi, ma l’importante è fotografare il protagonista. E fin dalla partenza, Yehoshua sapeva la fine «Ma non la scrivo. Non la tocco, perché voglio arrivare al termine con tutto il materiale accumulato durante il cammino». Quando scrivere è sintesi del come si vive.

Fu grazie a un viaggio che capì di essere scrittore. All’imbarco con destinazione per un paese straniero, quando gli fu chiesta la professione, mentre stava per scrivere professore, decise per scrittore. Perché è solo allontanandoci dalla prospettiva di tutti i giorni che vediamo meglio le cose. Anche noi stessi.

C’è l’ipocrisia del ricordo, e poi lo studio per rendere la storia indimenticabile. Yehoshua aveva le idee chiare su cosa sia il turismo del ricordo: «Se fossi rimasto ucciso nella Shoah, non so se avrei apprezzato queste masse che vengono a vedere le valigie, i denti, i capelli dei morti. Non è necessario guardare. Si può, si deve parlarne».

La casa a Gerusalemme bombardata nel 1948 e il padre ferito. Da ex parà dell’esercito ha saputo sfuggire alla morte, anche scrivendo. Nel 2002, mentre era a pagina 50 del suo nuovo romanzo, con un cadavere abbandonato all’obitorio dopo un attacco suicida, seppe che un’amica era appena morta in un attentato.

È stato anche grazie a De Amicis e al libro “Cuore” se Yehoshua è diventato scrittore. Per l’empatia e l’identificazione con i personaggi, da bambino continua a commuoversi ogni volta che suo padre glielo rilegge. Un incontro fondamentale per capire quanto la scrittura possa entrare nel pensiero umano, ma anche per convincersi che nella storia contemporanea, Israele ha sempre preferito interpretare Franti.

[foto di Leonardo Cendamo]

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