Jean-Louis Trintignant, l’inadéquat

288432319_570885054630308_6301821033153455621_nHa attraversato il cinema da viaggiatore, uno spettro aristocratico che si aggirava per gli studi di tutta Europa intrattenendosi poco, dando un’occhiata, apparendo come una concessione momentanea allo sguardo del pubblico, sempre in tempo per essere schivato, come le ragazze sul lido de “Il sorpasso”.

«A Robe’, che te frega delle tristezze. Lo sai qual è l’età più bella? Te lo dico io qual è. È quella che uno c’ha giorno per giorno». Il giorno per giorno di Trintignant è stata una vita di montagne russe: successo, gloria, belle donne, premi. E tutto questo l’avrebbe scambiato per la vita delle sue due figlie, una morta troppo piccola, l’altra troppo giovane.

Non amava ripetersi. Se il cinema gli proponeva ruoli perfetti e romantici, dopo “Un uomo e una donna”, preferiva l’inatteso. Non aveva l’arroganza dell’attore di apparire, ma di partecipare a un film con un’ambizione.

Cinema e televisione sono dominati da lunghe pause, solo il teatro permette di alienarsi e trovare una dimensione lontana da sé. Come sulla scena solo nel sogno era felice, perché dimenticava, soprattutto di essere vecchio.

«Sii educato con il cibo. Sii educato con gli elementi con gli elefanti. Sii gentile con le donne e con i bambini con i ragazzi. Sii educato con il mondo vivente, devi anche essere molto gentile con la terra e con il sole, devi ringraziarli al mattino quando ti svegli».

Tornava sempre alla poesia. La possibilità di concentrare in poche parole tanti mondi e pensieri, ma anche ultimo ponte di collegamento in scena con sua figlia Marie, interpretando i versi di Apollinaire. Sostituire al troppo l’essenziale, anche per questo resterà sempre l’intensità di un suo sguardo, come l’enigma che si è portato dietro.

Tra Delon, Belmondo, Gabin e Ventura, non era facile emergere. Per questo affrontava la sfida di un film come se fosse una sua gara di rally. Apparteneva alla stagione degli attori liberi, che volevano scegliere di essere spietati, conformisti, delicati, alienati, algidi, pazzi, tormentati, e anche ridicoli. Non solo il loro profilo migliore.

Ha interpretato l’unico sfigato con la canottiera che tutti avremmo voluto essere, Roberto Mariani. Per l’eleganza di vivere il disagio e l’incertezza tra la velocità e la sicurezza degli altri, per il coraggio di guardare l’arrivo del baratro senza avere la possibilità di tornare indietro, e anche perché non deve essere stato facile da pilota sopportare la guida di Bruno Cortona.

Se ne “Il sorpasso” furono i cavalli della Lancia Aurelia a disarcionarlo, ne “La matriarca” fu lui a portare a galoppo Catherine Spaak. È sempre alla ricerca di ricomporre un equilibrio, tra mondo e modernità, uomini e donne, consumo e progresso.

A riguardare la litigata ne “La terrazza” di Ettore Scola, tra Stefano Satta Flores e Trintignant, con accuse di stalinismo, mancate letture di Nietzsche e scarso amore per il cinema, viene quasi da ridere a pensare che quello «strunz» di Satta Flores non fosse riferito solo allo sceneggiatore in crisi, ma al cinema di oggi.

«Racconteremo agli amici che non ci siamo mai lasciati. Si cammina in modo differente ma sempre fianco a fianco».

Quell’abbraccio sulla spiaggia con Anouk Aimée, quasi una danza con più erotismo degli uomini di Matisse, e la macchina da presa che continua a girare intorno a loro, egocentrismo del sentimento. Una scena indimenticabile, soprattutto per gli uomini costretti a replicarla, e i registi di matrimoni con questa richiesta sulle spiagge.

Rinunciò a “Ultimo tango a Parigi”, “Apocalypse now” e “Incontri ravvicinati del terzo tipo”. Alla centralità da protagonista e cinema americano, preferisce far risaltare la lateralità dei personaggi secondari e del cinema europeo. Un ritiro ai margini come tornare a vivere a Uzès, perché d’inverno non c’è film migliore della campagna.

Per sfuggire alla definizione, scappa a bordo delle trame. Non importa che siano Lancia, auto da corsa, treni e carrozze del re, Trintignant non si completa mai con l’immagine, ma preferisce dissolversi nel bianco e nero di una sigaretta accesa, lasciando che siano la pioggia e la velocità a deciderne i contorni.

Da simpatizzante del Fronte di Liberazione Nazionale algerino, riuscì a farsi assegnare la Germania per il servizio militare ingurgitando albume d’uovo fino a tenersi per sempre l’azotemia alta. E anche per il cinema sa che «il problema non è fare politica, il problema è farne poca». Se per il giudice istruttore di Costa Gravas bastano un paio di occhiali per diventare una maschera, a Trintignant non servirà mai nascondersi per avere un’idea chiara.

Krzysztof Kieslowski lo definì «Prima di tutto un essere umano e dopo tutto, un attore». Trintignant anteponeva all’arte una sofferenza che restava impigliata nelle immagini dei suoi film, ma anche nei versi di Apollinaire o nelle note di Astor Piazzolla. Perché solo il teatro ti consente di sentire «la gente che respira ed è meglio di sapere che ci sono milioni di persone che ti guardano dietro un vetro».

«Il faudrait essayer d’être heureux, ne serait-ce que pour donner l’exemple».

Della mancanza di suono e parola di cui piaceva circondarsi, esempio migliore è “Il grande silenzio” di Sergio Corbucci. Un personaggio muto che si consegna alla storia con un’arma invincibile: l’impossibilità di essere compreso, ascoltato e giudicato. Come per i pesci in fondo al mare di Dalla: il pensiero come l’oceano non lo puoi bloccare, ma gli puoi far sparare da Kinski.

Una voce corrosa dai toni baritonali che amava registrare per i versi di Vian e Desnos. Se con la figlia Marie al posto di lettere scritte, scambiava nastri con poesie incise, con il nipote Roman ha continuato ad annotare la sua voce su un cellulare, per il piacere di sentirsi utile: «è un po’ la mia ossessione, perché mi sento vecchio e inutile». E fino all’ultimo giorno ha continuato a non essere soddisfatto.

Ha saputo attraversare più dimensioni senza scomporsi, restando fedele alla sua immagine nobile e dolente. Dal meglio del cinema europeo al peggio dell’universo privato, preferendo il silenzio, ma scegliendo sempre la vita. Inabissandosi nei poeti francesi in un’epoca che ama parlarsi addosso. Preferendo la vista di fronte casa del vitigno al ricordo del sorriso di Brigitte Bardot.

«Su, vola! Alè! Non lo so, non facciamo programmi, vedremo. Dai, corri, dai. Urrà! Evviva! Supera!». Trintignant, abbiamo passato con te gli anni più belli della nostra vita, davvero.

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