L’estate provvisoria dei leoni

leoni-al-sole-3327312.660x368Mimí, Giugiú, Scisciò, Frichì, Cocò, già solo nei nomi, anzi esclamazioni, sonorità, c’è un mondo bambino, fuggevole, sfilato da “Ferito a morte” di Raffaele La Capria, sceneggiatore col regista Vittorio Caprioli di “Leoni al sole”. Un film dove si esita sempre, perché esitando si rimanda, e rimandando si vive senza impegno. La procrastinazione come speranza reale. La loro è una estate provvisoria, vissuta d’espedienti, che richiede delle idee, appoggiati alla giornata avanzano sotto al sole a tentoni, un poco d’ombra, tanti tuffi, qualche pescata, una sfida da parodia western e su tutto la conquista delle donne, e pur avendo la pancia – i leoni – stanno sempre in movimento, sono degli ossimori, dei pigri che cercano, cacciano, s’industriano. Un po’ cowboy di mare, un po’ clown, girano a vuoto aspettando l’occasione, sognano, dicono, omettono, tradiscono, vincono, perdono. «Ma poi chi se ne importa?». L’anima del film sono le avventure di Pelos La Capria, il suo spirito ironico-piratesco spezzettato in questi Vitelloni del sud, persi sugli scogli di Positano, e che in larga parte risiede in Mimì, interpretato da Philippe Leroy. È quello che li guida, incarnandone i sentimenti estremi e la libertà assoluta che, esibendosi, mostra la strada, o almeno i tentativi di averne una, con intorno una presunta capacità seduttiva. Dove il mondo si divide in «Chi ha capito e chi no». Zingaro d’una borghesia che resta a Napoli a lavorare, traditore di chi lo ama, sempre pronto a salire su uno yacht per sfuggire alla normalità d’una estate già vista, pronto ad andare in Grecia senza preoccuparsi di passare a vedere il palazzo di Cnosso o il Partenone, interessato solo al mare, alle baldorie e allo scrocco. Il suo disinteresse per la “Cultura” è coraggio, voglia di vivere, lontananza dalle biblioteche come dal potere, dalla gestione, dal lavoro. Non sia mai. Pronto a tornare a casa solo per sopraggiunta noia. Il film – come tutti quelli diretti da Caprioli – ha uno sguardo sulla borghesia, con una semplicità di racconto, ritmo, ironia, e profondità psicologica come poi farà in un grande film, “Scusi, facciamo l’amore?” che sembra appartenere più al cinema americano che a quello italiano, con scene da cinema alto francese, disinvolture sessuali e ironia feroce da “immoralista” alla Flaiano. Il gruppo dei vitelloni caprioleschi è ben amalgamato, tra attori professionisti e improvvisati, e rende lo spirito del tempo: siamo negli anni Sessanta, con una ingenuità che permetteva molti azzardi, con un cinismo bonario, ossimoro estivo. L’ozio, gli sfottò, la pesca, i debiti, l’evocazione di una aristocrazia non lontanissima con una ironia di stampo desichiano, l’esibizione dei corpi e l’adulazione per le straniere – «Dove le fabbricano queste diciassettenni?»; «Sono loro che determinano la decadenza dell’Europa»: con gli scambi e la conoscenza, e i costumi succinti –, l’invidia per chi pratica lo sci d’acqua, l’adorazione per i pomodori, lo scippo di sigarette, colazioni e gelati, piccole furbizie per sopravvivere sotto al sole. È un “Amici miei” balneare, che però ha una grande donna e attrice, Franca Valeri, compagna allora di Caprioli, milanese, l’unica che lavora, fa la critica gastronomica – mestiere che appare inspiegabile fino alla mangiata di pesce con racconto delle forchette e dei bicchieri come votazione – persa dietro Mimì, ma pronta a metterne in crisi la superficialità di vita, come a stroncare l’intero assetto di vita, comportamenti e pensieri della compagnia come di dare consigli sancendo il passaggio dal romanticismo della lingua francese al mito di quella inglese. Caprioli oltre alla regia, recita il personaggio di Giugiú, cinico e sentimentale insieme, combattuto per un amore inaspettato al punto di fallire nella notte più importante, e divenire schiavo d’un ricatto. Ci sono scambi memorabili da cinismo meridionale: «Che fai questo inverno?». «Mi faccio un cappotto». Una sequenza che riassume la “controra” col viaggio di un insetto, che è meglio di qualunque saggio sul demone meridiano, all’interno di una struttura impressionistica con una fotografia incantevole, di Carlo Di Palma, che riassume i colori dell’estate rendendoli vivi, ne fa una fiera quasi che fossero tessuti, restituendo la verità dei toni, le sensazioni, le facciate, le ombre nelle scale e sotto gli alberi, dei costumi da bagno e delle tavolate, riesce a far sentire il calore di giorno e il fresco azzurro dell’aria fuori dai terrazzi e dalle finestre, i fuochi notturni sulla spiaggia, e poi il cielo slavato dopo la prima mareggiata che annuncia la fine della stagione e del film, con la nostalgia poggiata sulle spalle dei Vitelloni estivi che provano a scacciarla cantando l’adagio del farmacista, mentre si salta in barca e si esce con i pescatori: «E va bene/è cosa da niente/tutto s’accomoda/pacatamente».

[A Vittorio Caprioli]

Apparso su IL MATTINO nel 2020

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