Yes, you Caan!

1646500895_241_James-Caan-The-Oscar-for-the-Godfather-I-deserved-itC’è una furia cieca ad ogni visione de “Il padrino” di Francis Ford Coppola, una forza direttamente proporzionale alla giustizia e alla vendetta, che fa i conti con i suoi istinti, decidendo di zittire il buon senso e l’indole all’autoconservazione. E quella furia è Sonny, Santino, per tutti noi: James Caan.

È un figlio del Bronx, un discendente di quelle trame dirette da Robert De Niro, sempre al limite tra l’uscio della macelleria del padre, l’ombra dei marciapiedi e il chiarore delle sinagoghe di New York. Una potenza che non sapeva di custodire l’efficacia degli allenamenti di Rocky in futuro.

Segue la linea diretta di Philip Marlowe, interpretando l’investigatore in “Omicidio a Poodle Springs”, dopo che il ruolo era passato da Humphrey Bogart a Robert Mitchum, da Elliott Gould a Steve Martin, l’ultimo capitolo cinematografico che non può che lasciarci con un: «è ok per me».

«Osserva le masse e fai il contrario».

È un uomo pieno di ironia – con lui Marlon Brando rideva tantissimo – la prova sta nel doppiare se stesso nei Simpson nella puntata “Tutto è lecito in guerra e in cucina”, in cui viene ucciso proprio da Sonny Corleone. Se vuoi che un lavoro sia ben fatto, meglio farlo da soli.

Repubblicano, amico di Jo-Jo Russo, uno dei capi della famiglia Persico, testimone non ufficiale al processo “Mafia Commission”. Per sua fortuna, non era proprio l’uomo da candidare agli ultimi Oscar. Ma ringraziò il procuratore distrettuale di Brooklyn, e non rinnegò mai la sua amicizia con Jo-Jo Russo. Un personaggio da James Ellroy: l’America non è mai stata perfetta.

Dirige solo un film, “Li troverò ad ogni costo”: 150 scene, primi piani non per farsi notare, ma solo quando un personaggio ha da dire qualcosa d’importante. Perché nel cinema vero ci si mette la faccia.

«Qualcuno dice sempre: “Non importa se vinci o perdi”, ma se ti senti così, sei quasi morto».

Getta i soldi per terra per pagare i danni, sfascia macchine fotografiche e mette dello scotch sulla lingua di Luca Brasi. James Caan è il re dell’improvvisazione ne “Il padrino”, il vero anello mancante tra una sceneggiatura perfetta e gli umori della strada, qualcosa che Francis Ford Coppola aveva perso della sua infanzia a Sunnyside, nel Queens.

È stato due volte capitano della Lega anti-diffamazione degli italoamericani, da ebreo, e spodestando Coppola, perché la sua era una famiglia «più vicina a Toscanini che agli omicidi di mafia». Conosceva gli italiani del suo quartiere, tanto da sapere che potevano avere due abiti, ma almeno 12 paia di scarpe. Per questo lascia il set, le va a comprare e con eleganza prende a calci Carlo. Amicizia è mettersi negli abiti, e nelle scarpe, di un altro.

Ha fatto rodeo professionalmente per nove anni, tanto da proclamarsi «il miglior cowboy ebreo», e proprio come in un film dei fratelli Marx, non rinuncia a partecipare a “L’ultima follia di Mel Brooks” da pugile. Se solo fosse nato qualche decennio più tardi avrebbe guidato i bastardi senza gloria di Tarantino.

«Non c’è niente di più noioso degli attori che parlano di recitazione».

Plasma una forma di mascolinità che si adatta a quegli anni e a quel cinema «Mi proponevano sempre per l’eroe o il violento». Eppure il suo esordio cinematografico è in “Irma la dolce” di Billy Wilder, partecipa a “Funny lady” e non disprezza le commedie o i musical. Gli uomini veri sono a loro agio anche con i visoni di Barbra Streisand.

Per “il teorema del play” che può essere recitare, fare sport o suonare, Caan da ragazzo sognava di diventare un giocatore di football alla Michigan State University e per un periodo allena le squadre di baseball, calcio e basket di suo figlio. L’importante è continuare a giocare.

L’eroe di Adam Sandler, Leonardo DiCaprio, Brad Pitt. Così come da coaching per lo sport, da lontano, è stato ispirazione e modello per la nuova generazione. Se qualcosa ha tolto a se stesso, l’ha speso in tempo e attenzione da dedicare agli altri.

«Devi stare molto attento quando permetti a qualcuno di vincere».

Tutte le volte guardando “Il padrino” penso: non andare, Sonny, non andare, poi mi ricordo che lui è nato per andare, come Ettore, altrimenti Michael non diventerebbe Achille.

Apprezzava il rigore di Michael Mann, ammoniva con il sorriso Sam Peckinpah, rimproverava Francis Ford Coppola. James Caan per la storia del cinema è stato Sonny, per la macchina del cinema, un ottimo consigliere, un Tom Hagen.

«Bada bing!». L’espressione che James Caan ha improvvisato nella spiegazione che dà a Michael all’inizio de “Il padrino” e che è diventata così famosa che Tony Soprano ha potuto chiamare solo in questo modo il suo posto locale.

La mia tecnica di recitazione consiste nel guardare Dio appena prima che la telecamera giri e dire: «Dammi una pausa».

Dai caselli si aspettava che gli dessero il resto giusto e in fretta o che lo lasciassero passare per aver pagato il pedaggio più alto immaginabile: uscire di scena da “Il padrino”. E ora anche noi con Marlon Brando continuiamo a piangere.

Contrassegnato da tag , , , , ,

2 thoughts on “Yes, you Caan!

  1. vengodalmare ha detto:

    Grazie per ricordarlo così.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: