Celi in una stanza

hc8fx9Antagonista di tutti, ma sempre alleato del film. Che fosse nemico di James Bond o Sandokan non aveva importanza per Adolfo Celi, perché dietro l’essere prescelto come il cattivo più cattivo – anche Satana per “Amici miei” – c’era un attore che amava recitare, in qualunque angolo del globo dovesse arrivare.

Il professor Sassaroli, non solo il medico che ognuno vorrebbe, ma una religione migliore del buddismo. Un limite per la sofferenza in amore fissato a tre quarti d’ora, una geometria perfetta di diagnosi e cura, catene di affetti e nipoti da parte di fava.

Con Dino Risi, Gianni Agnelli, Giulio Einaudi e Marco Pannella appartiene ad un’élite, tutta italiana, ormai estinta, delle chiome bianche. Che mai fu sintomo di vecchiaia ma di illuminazione, un segnale di idee contenute in una testa lattea iridescente. Un bianco Moby Dick.

Studia all’accademia Silvio D’Amico con Gassman, Lucignani, Caprioli e Salce. Un anno di fuoriclasse, il 1922, perché fuori dalla misura del fascismo che voleva ridurre la formazione ai confini nazionali. Leggono Saroyan, pensano all’Europa, si proiettano al di sopra dei loro predecessori. Del resto il ’22 è anno di pazzi e visionari.

Più di dieci anni trascorsi in Brasile, ma Celi non ha né la nostalgia di Amedeo Nazzari ne “Il gaucho”, né la saudade brasiliana dell’emigrante. L’unica malinconia che lo attende è al ritorno in patria, dove trova un’Italia che non è rimasta un Brasile.

«I miei personaggi hanno tutti una grossa organizzazione alle spalle. I cattivi hanno bisogno di tutta questa organizzazione perfetta per vincere, o quantomeno tentare di vincere».

Tico-tico no Fubá” è un capolavoro che Guillermo Del Toro ha guardato e riguardato, come testimonia il suo “Nightmare Alley”, che i brasiliani hanno amato e che gli italiani non hanno mai visto.

Come un secondo Pedro Álvares Cabral scoprì il Brasile, ma al contrario della mentalità da conquistador, non sottrasse bensì insegnò: portò Shakespeare e Pirandello, Sartre e la televisione in diretta. E il cinema, che non era ancora Novo, iniziò ad aprirsi al mondo esterno.

Fu re per Monicelli, monsignore per Olmi, papa per Rai e BBC. In opposizione al segno che lo contraddistinse – non preferì mai scegliere i ruoli, ma che loro scegliessero lui – seppe incarnare i più potenti, che il diritto di scelta non l’avrebbero lasciato a nessuno. Uno su tutti, Enzo Ferrari.

Ispettore capo del Ministero in “Café express”, giudice in “Febbre da cavallo”, poliziotto incorruttibile per “Joe Petrosino”. Sguardo fiero e impostazione vocalica normativa anche in inglese e portoghese. Chiunque, in qualsiasi film ebbe modo di recitare, si sentì come una figlia del Sassaroli a cui obbedire: «Buonanotte, papi».

Abbandonò il Brasile, fuggendo dalla dittatura militare. Non sospettava che avrebbe trovato, tornando in patria, il germe di un fascismo dei consumi, che dalle televisioni aveva iniziato a insidiare anche i grandi schermi. Si oppose e filmò “L’alibi”, che passò sotto silenzio. Peggio di una censura.

«Piripicchio è figlio di Uragano e Apocalisse, e basta. Altrimenti faccio sgombrare l’aula».

Per Umberto Eco seppe interpretare un personaggio bellissimo, per quanto volgare e crudele: Emilio Largo, in “Thunderball”, con i suoi squali come pena capitale, che fece prendere il largo ad Adolfo Celi nelle produzioni internazionali. E soprattutto rubare due testate nucleari alla NATO (ma Riotta non lo sa).

Celi apparteneva ai grandi che occupano lo schermo, come Bud Spencer, ma con una discrezione da laterali: per questo non si smette di cercarli.

Anche le sue pubblicità girate negli anni sessanta valgono dieci volte di più delle sceneggiature per le commedie di oggi. Un po’ come “Amici miei III” che ha la fama di essere l’episodio più triste, ma rivisto oggi è più divertente di qualsiasi film recente. Forse sono i giovani adesso, e non la morte, a deprimerci.

Nei primi film della carriera interpretò sempre un soldato americano, proprio perché troppo alto e fuori misura rispetto agli antichi italiani del formato di Pertini e Berlinguer. Per Comencini divenne prete e da colosso protesse i bambini senza futuro di Napoli.

Difese sempre il suo ruolo di non attore. Più a suo agio nella ricerca dei testi, dietro una macchina da presa, a risolvere i problemi per un set per la produzione. Non è un caso che venga ricordato soprattutto per i suoi film d’azione: Adolfo Celi è un intellettuale che ha affinato il suo pragmatismo, in funzione della messa in atto.

«Non si deve mai andare in Germania, Paolo».

La sua ultima apparizione per il grande schermo è in “Amici miei III”. Stazione di Firenze, esce di scena dal cinema cantando su un carrello, alle partenze, con panama, bastone e doppio petto. Non sapendo ancora che la sua destinazione fosse Siena.

Vittorio Gassman giura di aver visto il suo fantasma in teatro, prima di entrare in scena per sostituirlo. E non fu la sorpresa dell’apparizione, ma solo il dolore della perdita. Perché Adolfo Celi era esattamente al suo posto, come nella vita: sul palco, a vegliare su tutti dietro le quinte, aspettando di pronunciare la prima battuta.

«Guarda che bel vedovo. L’ho visto prima io, è mio».

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