William T. Vollmann – Cioè:…che mi hai portato a fare sotto a Pomigliano se mi vuoi chiedere solo quante pagine scrivo al giorno?

immagine_3_37Come in una specie di catastrofe fisica, una somma causale di vizi o errori, tutto collassa quando uno degli organizzatori dice: «Ci dispiace, ma dobbiamo andare a mangiare, siamo a digiuno da ore, lo scrittore e i presentatori anche, lavoriamo da tempo, l’incontro finisce qua». L’incontro, era quello con William T. Vollmann, scrittore americano in tour in Italia, e si svolgeva a Pomigliano d’Arco. Quello che aveva preceduto questa catastrofe intellettuale di derivazione fisica, erano state 4-5 domande banali, circondate dai fatti personali dei due presentatori, con risposte tradotte male da un ragazzo appena tornato dall’Erasmus in Inghilterra, suppongo. E lo dico con tutta la compassione possibile, ma c’erano omissioni, salti lessicali, finezze linguistiche non colte, e soprattutto tanta confusione, avvolta dal glamour, perché come anni fa ci fece scoprire Wim Wenders: non conta più essere ma filmare, non conta la discussione, il pensiero, l’elaborazione, ma soltanto l’immagine che testimonia l’evento. E ci sta. Il fatto che Vollmann venga frainteso e tradotto male – per chi legittimamente non comprenda la sua lingua – è relativo rispetto alla restituzione fotografica di Vollmann che parla. Mi rendo conto che questo è un dato minimo, ma diventa fondamentale rispetto al fatto che chi compie queste azioni spesso le reitera con la bandiera di solidarietà di turno, in questo caso quella ucraina, dato non secondario.

Le due domande del primo presentatore sono tutte un istante doloroso, un mistero gaudioso, di non sapete che cosa vi state perdendo, vi prego di rimediare, ma senza dubbi gnostici, seguite il catalogo acquistate il libro senza ambiguità spirituale e soprattutto intellettuale. Per poi arrivare a un sunto non differente dalle donne – sciasciane – del professore Laurana: «Ma chi te lo fa fare».

Le altre domande, del secondo presentatore, sono di conteggio e misurazione, Vollmann scrive tanto – Troisi avrebbe detto: «William, fai meno» – quindi pagine, tempo, trucchi, per arrivare a un sunto da “roba” verghiana.

Ovviamente il pubblico progressista e di sinistra filma, fuma, sorseggia Peroni, batte le mani, storce il naso quando il primo presentatore dà del leghista a Vollmann mancando della categoria che poteva essere anarcolibertario, eastwoodiano, mccarthyano (nel senso di Cormac il romanziere non Joseph il senatore).

Intanto io e i miei amici che abbiam letto – senza contarli – molti dei libri dello scrittore americano, contenti della sua diversità e curiosi del fatto che lui sia andato in Afghanistan a raccontare l’opposizione all’invasione sovietica negli anni Ottanta, o nei Balcani a capire come un Limonov, o in Somalia, e che abbia fatto una indagine sulla povertà, oltre a una sulla prostituzione e, che, abbia scritto moltissimo sulla violenza, ci aspettiamo da un momento all’altro che Vollmann, che è volato in Italia a presentare il suo libro concentrato e condensato in un quinto della sua essenza, arrivi al punto, parli di Putin e dell’invasione ucraina, dopo milioni di pagine – contate e no – su guerra e violenza. Tanto che lo vedo in aeroplano ripassarsi tutte le parti, mettere in fila le ragioni più del papa, ed essere pronto a tenere una lezione pazzesca, unica, indimenticabile – come direbbe il primo presentatore, senza farci mancare la smorfia di sofferenza morotea – con le ragioni russe e quelle ucraine, l’elenco dei torti, passato attraverso il suo talento per l’ovvio che lo porta a una congiunzione astrale col dolore degli ultimi. Invece, arriva l’organizzatore a dire che ha fame. E allora uno dei miei amici insorge in modo sessantottino, urlando: «Ma una domanda sulla guerra si potrà fare?» E il secondo presentatore si produce nella vetta assoluta che annulla tutti gli sforzi dei poveri Molinari e Giannini, Rampini e Vespa, Floris e Orsini, Berlinguer e Formigli, e che avrebbe procurato un pauroso tic all’occhio sinistro di Michele Santoro come lo procurava Heriberto Herrera a Gianni Agnelli chiamando la squadra di famiglia: «Giuventus». Il secondo presentatore risponde al mio amico: «QUALE GUERRA?»

Io che mi ero immaginato almeno ventisette domande in inglese per ripagare Vollmann per la lingua così poco slang e così tanto elementare da essere ipercomprensibile, scavalcato dallo slancio sessantottino del mio amico, devo rinunciare a tutto e urlare avventatamente – per i lettori di “Internazionale” e la platea di studenti dell’Orientale –: «C’è solo una guerra, quella ucraina».

Affermazione che viene subito smentita dall’organizzatore affamato, che con la mano a visiera come un Rommel mi cerca tra il pubblico per ribattere: «Non c’è solo quella ucraina». Perché lui legge “Internazionale”.

E io rispondo più svogliato che incazzato ormai: «Sì, ma quelle africane non influiscono così direttamente sulla tua vita».

Poi Vollmann risponde, e viene fuori un saggio kissingeriano, chi ha letto la vecchia canaglia sa che è la posizione migliore rispetto ai pasticci dell’amministrazione Biden. In tivù sarebbe diventato putiniano più di papa Francesco. E in mezzo c’è anche un regalo del traduttore che scambia Hillary Clinton per Bill seminando il panico solo tra due attente signore – e non voglio sapere perché loro hanno notato la differenza e gli altri no. Forse era solo panico nostalgico verso le belle imprese di Bill rispetto a quelle tragiche di Joe Biden.

Poi si va tutti a mangiare.

Uscendo sentiamo le lamentele del pubblico, la nostra irruzione è stata letta come un fastidio e non come una necessità. Abbiamo rovinato la diretta Instagram con la guerra, chiedendolo a uno che ha scritto troppe pagine sulla guerra.

Volendo trarre un insegnamento da questa esperienza, vi ho lasciato varie opzioni da morale di Esopo:

  • Bisogna sempre prima mangiare e poi parlare.
  • Bisogna allenarsi ai digiuni per parlare.
  • Si chiamano gli scrittori non per quello che pensano né per quello che rappresentano ma solo per fare punteggio e selfie.
  • La cultura italiana è al limite dell’incesto e in ostaggio di affamati.
  • Perché chiedere a uno scrittore che ha vissuto di raccontarlo quando puoi sprecare il tempo a conteggiare quante parole scrive al giorno?
  • Perché tradurre bene il pensiero fondamentale di un protagonista quando puoi farlo diventare uno sketch dei Monty Python?
  • Della guerra in Ucraina non frega un cazzo a nessuno dopo che hai postato la bandiera ucraina.
  • Henry Kissinger è un assassino e per questo non va preso in considerazione.
  • Henry Kissinger è un assassino e proprio per questo va preso in considerazione.
  • Verrà Giorgia e voi non avrete più l’occhi pe’ piagne, direbbe Accattone.

Inserto speciale: Domande che mi sono passate per la mente durante l’incontro come stazioni della metropolitana.

1- Accostato alle idee leghiste per quanto riguarda il possesso delle armi e la violenza, signor Vollmann, quanto ha adorato essere ridotto a uno stereotipo culturale di estrema destra?

2- Per poter scrivere di un argomento, lei ha voluto e dovuto sperimentare in prima persona prostituzione, droghe e guerre. Sua moglie con quale trama dei suoi libri va più d’accordo?

3- Nella sua cameretta c’è la foto di Hemingway o quella di Marilyn?

4- Nasconde le sue pistole tra i libri con un nesso da 007 o in base alle trame?

5- Nel suo garage ospita senzatetto, ultimi della terra, perseguitati dalla polizia e dai vicini. Dopo le elezioni quindi se lo prende lei Giuseppe Conte?

6- Quante volte ha pensato come Chatwin: che ci faccio qui? Sì, anche adesso vale. E come era bello stare a spigolare in Afghanistan?

7- Ha confessato durante un’intervista di avere una passione per i bassi napoletani, la mimica e l’accoglienza. Le hanno spiegato all’imbarco che la destinazione non era un teatro di posa?

8- Come crossdresser, sinceramente, tra la guerra in Bosnia e indossare un reggiseno, ha preferito le mine?

9- La povertà stanca? O più certe cene dai parenti?

10- Dissenteria, fallimento, morte scampata. Quello che per lei è letteratura, sa che è l’equivalente per uno scrittore italiano di un weekend prenotato seguendo i consigli di Tripadvisor?

[la foto è di Ken Miller]

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