Herzog, furore di Cinema

werner-herzogSfide, salite e sopravvivenza. I film di Werner Herzog custodiscono in sé l’anima bavarese e architetture oniriche dei castelli di Ludovico II: fortezze inaspettate per educare lo sguardo alla vita.

Che sia trascinare una nave sulla collina, scrivere una sceneggiatura con brevi dialoghi o scalare la cima di un vulcano, la sua creazione è un atto fisico, tanto che se dovesse avere una sua scuola di cinema, per prima cosa, imporrebbe un viaggio a piedi di cinquemila km e come materia, preparazione atletica sul ring.

A differenza di Fassbinder, Wenders e Schlöndorff, anche se partecipa al Festival di Oberhausen, non si sente parte del Nuovo cinema tedesco. Il suo percorso è da solitario. E se i produttori si rifiutano di aiutarlo, come gli editori di pubblicare i suoi libri, risponde esattamente come quando è stato colpito da una pistola a piombini: «it’s not significant».

Ha rinunciato al cognome della madre, Stipetić, lasciando l’unica eredità da parte paterna, Herzog: “duca” in tedesco, a rimarcare il suo essere aristocratico “bavarese, del tardo Medioevo”. Un sognatore e tenero di cuore, che anche nel fallimento sa trovare il suo senso dell’umorismo, facendosi chiamare El Alamein.

Per la legge dei grandi registi, Herzog sa dirigere i bambini con semplicità, senza forzare le dinamiche e falsando l’azione con la recitazione. Segue l’inaspettato, il non previsto. Tra vulcani e giovani guerrieri, orsi e coccodrilli bianchi, è l’anarchia del mondo a guidare l’immagine.

Intuizione filosofica: “Rispondo alla tua domanda citando il magnate degli hotel Conrad Hilton, cui una volta è stato chiesto cosa gli sarebbe piaciuto trasmettere alla posterità. «Ogni volta che vi fate una doccia, assicuratevi che la tenda sia all’interno della vasca».

La sua guancia è stata morsa dai topi nel suo primo viaggio in Africa, e altrettanto fecero le scimmie durante le riprese di «Fitzcarraldo». Un uomo che non si lascia scalfire dal dolore e da nessun animale, che siano mammiferi, insetti o lo stesso Kinski.

Dai primi vagabondaggi da ragazzo – con le telefonate a scuola della madre, inventando delle polmoniti – fino a viaggi con Bruce Chatwin, Herzog matura il fondamento dell’orientamento, dalle carte geografiche all’ordine dei piedi con cui Kinski entra nell’inquadratura. Del resto cosa dovrebbe essere un regista se non la persona che sa gestire i piedi degli altri?

L’equilibrio di un uomo si valuta quando viene insultato. La misura di Herzog è così stabile da aver scritto insieme a Kinski le offese per la sua autobiografia. Se avesse raccontato di rapporto amichevole, difficilmente il libro avrebbe superato un centinaio di copie vendute, secondo le teorie di Kinski.

Che sia il Mekong per Coppola o il Rio delle Amazzoni per Herzog, il cinema della fine del novecento ha come punto di forza centripeta il Congo di “Cuore di tenebra”. Un fiume lungo più di 450 chilometri – come scrive Norman Mailer in “The fight” – che scendeva dalle montagne più impenetrabili e dalla giungla per unirsi al mare a Matadi. Un filo che unisce rive diverse, un «sottile strato di ghiaccio sopra un oceano di caos e tenebre».

La casa viene bombardata due giorni dopo la sua nascita, lasciando la culla piena di schegge di vetro. Dei primi anni ricorda lo strato di ghiaccio sopra la coperta, le armi lasciate dai nazisti che diventavano giocattoli e un dio apparso alla porta sotto forma di impiegato postale. L’infanzia è un filo di lana con cui giocare per giorni: una trama fitta di storie e immagini che aspetta solo di essere guardata.

«The slaves will sell their masters and grow wings». Cobra Verde non si fida delle scarpe, non si fida dei cavalli, non si fida della gente, solo della fuga. Il più bel programma elettorale mai letto, ed è scritto da un bandito del Grande Sertão.

La felicità non è un obiettivo, la ricerca di Herzog non si esaurisce nel raggiungimento di una meta ma nel percorso. Specialmente quando il cammino, da Monaco a Parigi, è un combattimento corpo a corpo contro la morte di Lotte Eisner. Un incantesimo che ha protratto la sua vita, finché novantenne non ha chiesto all’amico di spezzarlo. Da Orfeo non ha fallito con la sua Euridice.

Ai russi piace curare la tristezza con la cioccolata, per questo motivo quando Herzog incontra Gorbaciov lo riempie di torte, uova e barrette. E anche se nessun dolce sanerà mai la sua ferita dell’Urss, come riscattare i capi di stato occidentali che non sono andati ai suoi funerali, con quel regalo gli restituisce un’infanzia mai avuta. Un piacere sempre proibito.

Non conosce la retorica dell’esistenza come fardello, solo la condivisione del cammino per amicizia con Bruce Chatwin. Fu dallo zaino in pelle che lo riconobbe la prima volta e fu lo stesso oggetto che gli consegnò lo scrittore quando troppo malato, si rese conto di non poter viaggiare più. Sarebbe sbagliato chiamarlo oggetto, gli appartiene di più “casa” o “monastero”. Nel “Grido di pietra” Vittorio Mezzogiorno lo porta sul Cerro Torre, due atti d’amore per tre corpi.

Apocalisse, inferno e oscurità. Nei suoi titoli si rincorrono il buio e i silenzi assoluti. Da principe delle tenebre incontra Kapuściński dopo essere stato liberato dalle prigioni del Congo, celle con dozzine di serpenti velenosi. «Non è stata una bella cosa. I miei capelli sono diventati bianchi in cinque giorni».

Come nel riflesso di un fiume, il confine tra documentario e fiction non ha molta importanza. Esattamente come non c’era divisione tra pubblico e privato nel suo primo appartamento, sede anche della Werner Herzog Filmproduktion. Il segreto è scrivere la lista della spesa esattamente con la stessa penna delle sceneggiature.

«Per produrre un film servono solo tre cose: un telefono, una macchina da scrivere e un’automobile».

La vita di Herzog è un cerchio che traccia il suo percorso su tutto il globo terrestre. Se il suo primo lungometraggio, “Segni di vita”, racconta di un soldato posto a guardia di un deposito di munizioni, convinto di essere sotto attacco, nel suo ultimo romanzo, “Il crepuscolo del mondo”, scrive di Onoda, militare giapponese vissuto nella giungla per trent’anni, sicuro che la guerra continuasse. Due solitudini distanti, come quella dell’esordiente e del regista maturo.

«Messner parla del suo desiderio di camminare da una valle himalaiana alla successiva senza mai guardarsi indietro. Dice testualmente: «O si ferma la mia vita o il mondo. Con ogni probabilità, quando si fermerà la mia vita, si fermerà anche il mondo». È una cosa a cui ho sempre pensato. Mi piace l’idea di sparire senza clamore, andarmene via a piedi, svoltando giù per un sentiero e proseguendo finché non c’è più strada da percorrere. Mi piacerebbe avere degli husky con bisacce di pelle e continuare a camminare fino ad aver esaurito tutte le vie».

«Poteva sembrare un segno di speranza che gli uccelli li seguissero nella vastità dell’oceano».

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