Fossati: cento anni di ebbrezza

mariofossatUna notte, in treno, Fausto Coppi, tornando dal Tour che aveva perso, disse al cronista, e prima amico, Fossati: «Caro Mario, ricordati: nella vita si ottiene tutto prima o poi. Ma tardi e male». C’è tutto Coppi in questa frase, e tutto Fossati, uno straordinario testimone dell’Italia sportiva e non: migliore in assoluto. Restituita con un linguaggio moderno, limpido, perfetto. «M’impegno a usare meno aggettivi che posso, perché un omaggio non deve contrariare l’omaggiato. Il bravo giornalista è quello che scrive la verità, e la verità non c’è bisogno di infiocchettarla». Fossati non raccontava, fischiava. Era sopravvissuto alla campagna di Russia, per questo al ritorno amò tanto la spensieratezza degli ippodromi e la bellezza dei cavalli, andò dietro ai ciclisti e si perse per le strade, guardò salire sulle cime l’amico Walter Bonatti, bevendo con Nereo Rocco. La “Gazzetta dello Sport” lo “prese” perché abitava vicino a Fiorenzo Magni, e lui divenne la parte giudiziosa di Gianni Brera che raccontava in auto le gare a Cavanna, il massaggiatore cieco di Coppi, mostrandogliele come se fosse la tivù. Fossati era fatto di parole, che distribuiva con parsimonia e giustizia, prima su “Giorno” poi su “Repubblica”, mai una di più, mai una di meno, un equilibrio tra fatto e racconto. Una perfezione che dura negli anni, oggi sono cento. Quando lo incontrai – grazie ad Emanuela Audisio – fu come conoscere Lo Zingarelli, per me era la dottrina, sapevo a memoria i suoi pezzi e il suo unico libro (“Storia della maglia gialla”, uscito nel 1952, ristampato nel 2004 dal Saggiatore col titolo “Coppi. Alpe d’Huez, Galibier. Pirenei. Il Campionissimo verso la gloria del Tour del ’52”): vissuto come un fastidio, una concessione al presente che richiedeva un volume oltre i giornali. Guardavo gli occhi, stanchi, perché erano quelli i suoi libri. Gianni Brera lo chiamava generale, e Gianni Mura – che ne prese il posto e l’eloquenza al Tour che poi era la più grande delle Campagne e non di guerra per fortuna – che non prendeva ordini da nessuno, rispettava quel grado di superiorità riconoscendolo come maestro, pure essendo già alla pari. Smise di raccontare le bici perché si sentiva estraneo – al Tour era l’unico che beveva vino – in un mondo che sembrava disporsi alla rinuncia di quelli come lui, una tavola apparecchiata per altri, e non aveva ancora visto l’abolizione della povertà per decreto, per uno che andava fiero «della povertà vissuta da bambino, con un padre sindacalista cattolico cui il fascismo aveva tolto lavoro e passaporto». Continuò a raccontare le corse di cavalli, forse perché bastava prendere il tram, o perché l’ebbrezza della dirittura d’arrivo somigliava a certi pezzi scritti di fretta e in provvisorietà, sentendosi un cavallo sul quale molti scommettevano per sentirsi migliori, per evadere e sperare.

Pubblicità
Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: