Carlo Levi, padrone del tempo

IT.ACS.AS0001.0004275.0001Aveva la rara capacità di dominare il tempo, prima come pittore, poi come scrittore. Italo Calvino diceva che in lui vedeva e sentiva: «la compresenza dei tempi», sia per il suo libro più famoso: “Cristo si è fermato a Eboli”, sia per il suo quadro più visto: “Lucania 61”. Le due grandi opere dominano il tempo, lo spezzano e rimontano, riuscendo a rendere le storie che vengono utilizzate degli apologhi. Non è un caso che diversi titoli leviani siano diventati modi di dire, oltre il Cristo fermo ad Eboli e “Le parole sono pietre” c’è “Il futuro ha un cuore antico”. Carlo Levi aveva la capacità non solo di analizzare in mondo singolarissimo e preciso il presente ma anche di trasporlo nel futuro, capitalizzando il passato e le esperienze che viveva. Tutta la sua arte è riassumibile con Jean-Paul Sartre che di lui diceva fosse «l’universale singolare». Perché con il “Cristo” inchiodò il fascismo non banalmente con l’antifascismo – che aveva già presagito con  “Paura della libertà” –, ma con la mancata comprensione della storia, e quindi proprio del tempo passato, e poi scoprì il mondo contadino, fino a divenirne la massima voce, tanto che il suo romanzo fu un esempio poi per i contadini africani, sudamericani e asiatici. Proprio per la sua universalità colta con il dettaglio personale. L’esperienza che diventa essenza. Successivamente con “L’orologio” – il suo vero grande romanzo, più strutturato del “Cristo” ma meno famoso – colse la politica italiana, nel cambio fondamentale da Ferruccio Parri ad Alcide De Gasperi, ancora una volta si trovava in un grande punto di osservazione e poteva vedere il tempo futuro farsi. Tanto che anticipò i nodi politici e parlamentari che sarebbero venuti, dalla contrapposizione tra le due Italie: quella democristiana e quella comunista. Ancora oggi quel romanzo riesce a restituire le dinamiche del Palazzo, con le mancanze e gli slanci. Poi cominciò a vagare e a cercare storie, raccontando le due grandi isole italiane – Sicilia e Sardegna – oltre l’Oriente e l’URSS – tanto che Sartre era sconvolto, e lo scrive, dalla sua conoscenza sovietica –, senza smettere di fare politica – fu deputato per due legislature come indipendente nel PCI, fondamentalmente rimase un figlio del Partito d’Azione, come Meneghello, Bobbio, Ciampi – né smise di dipingere, anzi si ritenne sempre un pittore – «dalla pennellata ondosa che disegna e scolpisce i corpi» – più che uno scrittore o un giornalista reportagista. Ma principalmente Levi fu un medico, uno stranissimo medico che si laurea a ventidue anni e poi non esercita se non nell’anno di confino in Basilicata, quando è costretto dal contesto. Ma la conoscenza del corpo, e la cultura dello spettro di pericoli che il corpo corre, lo resero un medico-vedetta, che scruta il mondo andando oltre i germi e i virus, che utilizza il metodo sanitario per capire e prevenire gli eventi, per stare nella Storia novecentesca, vero corpo ammalato e martirizzato da pensieri e azioni. Un medico della e nella storia. Tutte queste anomalie ne fanno una figura singolarissima all’interno della cultura mondiale, perché è uno scrittore medico come Louis-Ferdinand Céline, è un politico-medico come Salvador Allende ed Ernesto Guevara, e un pittore del popolo come Diego Rivera. Che ha una ossessione temporale. E mentre dipinge volti – fu uno straordinario ritrattista, amato da André Malraux –, molto più che paesaggi e oggetti, cerca di capire come quegli uomini e quelle donne si muovano all’interno del tempo – chiamerà la sua pittura: naturalismo essenziale – e se il tempo ha spazio per loro. Fino a quando, non gli succede di dover riflettere e restituire il suo tempo, da cieco provvisorio – per un distacco della retina ad entrambi gli occhi – che si inventa un quaderno a cancelli, per continuare a scrivere, l’ultima sua opera è l’esplicitazione della condizione umana: raccontarsi aggrappandosi a un sistema provvisorio.

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