Pelé/Mbappé: l’élite del gesto

Pelé prega, ama, guarda; Mbappé gioca, segna, vince. Insieme sembrano la stanza finale di “2001: Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick: il vecchio e il giovane, l’uomo e il bambino, intorno il tempo dilatato, i campi calpestati, i palloni indirizzati negli angoli, sono il calcio passato, presente e futuro, quello degli umani, per l’altro: c’era, c’è e ci sarà Maradona. Quando Kylian Mbappé segnò nella finale dei mondiali a Mosca 2018, Pelé twittò: «benvenuto nel club», e poi aggiunse: «se continui così dovrò rimettermi le scarpette e tornare». È quello che tutti si aspettano adesso, sapendolo in ospedale a dribblare terapie e sale operatorie, medici e flebo, dal Brasile alla Francia passando in ogni posto che ha avuto un gol in cambio dell’attesa. In campo Mbappé appare un déjà-vu del Pelé in Svezia – quando correva, oh se correva, l’anno 1958 – tutti dicono pantera, velocità, incredulità ma poi tornano alla matrice brasiliana, e non c’entra la pelle, ma la palla. Il rapporto piede/palla, e le loro conseguenze. Quando Mbappé corre, dribbla, tira, e soprattutto segna accumulando i record che tanto piacciono a Cristiano Ronaldo, lui invecchia il doppio del tempo, e insieme al portoghese invecchiano anche Messi e Neymar che sembrano più lenti, più cauti, più saggi, ma anche più lontani dal mare di possibilità del francese. È il gioco del tempo e della vita. È quello che tutti provarono quando arrivò Pelé sui campi di calcio, è quello che succede quando la magia, la perfezione, la fantasia si incarnano in un essere umano, il resto – intorno, sopra, sotto, di lato – sembra più vecchio, con un filo di polvere in più. C’è una lunga linea come una pista di atletica che parte dalle gambe di Pelé e arriva sessant’anni dopo a quelle di Mbappé. Le conseguenze non sono dritte, ma piene di curve: slalom, dribbling, arabeschi, piroette, ripensamenti, palleggi, stop, lanci, tiri, infortuni, allenamenti, polemiche, gossip, invettive, conferme, gol, e arrivano tutte alla finale della coppa del mondo. Non conta se Mbappé ha segnato più volte, o se Pelé ha vinto più mondiali, conta l’incarnazione, la ripetizione dello stupore che salta da un continente all’altro, da un anno lontano all’altro, stando sempre su un campo di calcio e dominando. Mbappé come Pelé è l’imprescindibile, il vertice dei desideri di ogni azione – solo Messi si avvicina in questa sorta di lettera di Natale per ogni partita – rappresentando la solidità della conclusione, l’élite del gesto, il potere della soluzione, il corpo nel quale convergono fede e magia, fenomeno sociale e culturale, potenza del riscatto – persino immotivato, ma anche uno sceicco ha delle frustrazioni – e perversione politica, insomma, pensiero, azione e gol decisivo. Pelé ha rappresentato il riscatto del Brasile, l’entrata della modernità, poi completata da Ayrton Senna, ha incarnato l’atleta nero dell’America Latina, lingua portoghese, del Novecento, l’immagine di Mosca che lo vede in carrozzella tra un sorriso di Putin e un bacio di Maradona è una cartolina da un tempo lontanissimo e non scavalcabile, per questo indimenticabile, la sua precarietà di respiro e deambulazione è quella di un secolo stropicciato, che però, almeno sportivamente, ha la sua evoluzione, il suo modello successivo, meno simpatico, meno bello, più assolutista e veloce il doppio, nella velocità si perde l’epica, si lasciano Omero, Galeano e  Guimarães Rosa sulla strada, come un dazio pagato al tempo. Mbappé, che sembrava potersi disinteressare del cammino francese, prendersela comoda, non essere annodato alla storia del suo paese come invece lo era Pelé, si è scoperto tutelato come la torre Eiffel da Emmanuel Macron quando Florentino Pérez aveva deciso di farlo emigrare al Real Madrid. Non si sfugge alla liquidità politica, per motivi diversi, Pelé e Mbappé, sono i loro paesi, avanguardia sentimentale. E più segna Mbappé, più dribbla, più corre – tanto da non aver bisogno d’essere serpigno gli basta accelerare –, più Pelé legge il futuro, e noi con lui. Questo è il suo secondo mondiale, vissuto con ancora più irruenza e determinazione, presenza e struggle for life, in una partita ferocemente atletica che produce uno stupore differente, perché il calcio come tutto il resto del mondo e della vita cambia. Resta la palla, con più microchip e meno sogni, stessa aria e più accelerazioni. Ma Pelé ha uno smarcamento in più, il non visto, e quindi l’oralità e di conseguenza la leggenda, il reale che diventa “cunto”. Mbappé è sorvegliatissimo, filmatissimo, raccontatissimo, ma Pelé fermò una guerra: quando il Santos andò a giocare in Africa, Zaire e Congo fecero pace per il tempo della partita. È l’unico calciatore espulso a tornare in campo sostituendo l’arbitro a furore di popolo, come se fosse in un racconto di Osvaldo Soriano. Nessun regista o Kapadia potrà dare questo a Mbappé, lunga vita a Pelé, segna ancora Kylian.

 

[uscito su IL MATTINO]

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