Archivi categoria: Hitch 22

Arundhati Roy: meglio 50 giorni da orsacchiotto

Come insegnava Massimo Troisi: bisogna ricominciare da tre, perché il secondo, che sia romanzo o film, si sbaglia. Lo avevamo visto già con Harper Lee: non bisognerebbe tornare anni dopo a insidiare se stessi, Arundhati Roy lo ha fatto, con “Il ministero della suprema felicità” (Guanda), ed è inciampata. Partita come sceneggiatrice, aveva convinto tutti venti e fischia anni fa con “Il dio delle piccole cose”, poi si era messa a donchisciottizzare contro dighe e multinazionali, portandosi la politica e le ossessioni conseguenti dentro la scrittura, di cui questo ultimo romanzo risente. Vorrebbe essere Franzen, ma sembra Veltroni con il suo ultimo film “Indizi di felicità”. Parte da Nâzım Hikmet – già malamente usato da Özpetek – per spiegare al lettore che tutto il suo viaggio indiano da Delhi a Delhi: sobborghi, bordelli e rifiuti, sarà questione di cuore. Continua a leggere

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Il sud del sud del Santo Abatantuono

Per quanto tempo si può abusare di una visione? E quanto ci mette per tornare sui suoi passi e colpire chi l’ha generata? Siamo in Italia, quindi anche secoli: il tempo perfetto per l’Adelphi di Roberto Calasso. Che, esaurita la Mitteleuropa, è passata al racconto fané del Sud Italia, dopo la Sardegna e la Campania, è arrivata all’estate salentina che: “arrancava in oro liquefatto colando sui campi granata” di Omar Di Monopoli (purtroppo per lui D maiuscola) con “Nella perfida terra di Dio”, aperta da “una impronta rancida” e chiusa con “un piccolo segnale celeste”. Immaginando tutta una impalcatura che da Carlo Emilio Gadda scende ad Andrea Camilleri, sogna Antonio Pizzuto, e invece inciampa in Salvatore Niffoi, per cadere in una noia da pomodori stesi al sole ad asciugare. Continua a leggere

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Gli abusi della carpa Nan Ch’ai

Bei tempi quando in “Ovosodo” di Paolo Virzì, il protagonista del film, Piero Mansani, usava all’esame di stato Stefano Benni, insieme al tridente McEwan, Pazienza, Mandela, per denudare la sua commissione. Oggi, Benni, non è spendibile come scrittore fuori dal comune, perché le sue storie sembrano telenovele: c’è sempre qualcuno che ricorda qualcosa dei suoi libri precedenti, una riemersione continua, tra déjà-vu, refrain e citazioni: una pioggia di bennismi. Anche l’ultimo, “Prendiluna” (Feltrinelli), è modellato sui precedenti, un po’ come “Alien”, “Guerre Stellari”, o le vecchie serie tivù tipo “Starsky & Hutch” o “Happy Days”: che potevi vederle già iniziate e capivi comunque. In Benni c’è sempre una missione da compiere, accompagnata dalla follia aromatica cinese di visionari chiusi in manicomio, con corone di musicisti stile Thelonious Monk, Continua a leggere

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This Is My Life

Non sarà né santa né suora, Selvaggia Lucarelli, forse martire, ma senza regalare giorni di festa alle sue omonime sparse per l’Italia. Intanto manda loro il verbo: “Dieci piccoli infami” (Rizzoli), tentativo di raccontarsi come un Bill Murray scritto da Nora Ephron, senza la comicità del primo né la lingua della seconda. Dieci capitoli dall’infanzia all’infanzia passando per amori mancati, parrucchieri maldestri, gite sul Mar Morto e vittorie da Miss di provincia, inchiodando le persone che “ci rendono peggiori”, con l’ossessione comparativa esasperante: questo come quello, in un continuo paradosso iperbolico. L’esagerazione come cifra descrittiva, montagne russe di esempi dove basterebbe una frase, e dove spesso c’è un tempo in più, un aggettivo di troppo, un dettaglio – e personale – che ammicca. Continua a leggere

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Cognetti e i rumori di swing del Neolitico

Scappa dalla città, Paolo Cognetti, per trovare la montagna, scambia Rigoni Stern per Sai Baba e scrive: “Otto montagne” (Einaudi). Da New York al Monte Rosa, dai grattacieli alle baite, insegue la nobiltà dei muri a secco, la stabilità delle pietre angolari e ci fa capire che è un altro degli intossicati da Thoreau, scoperto via Krakauer. Tra cime e valli, boschi e ciuffi d’erba, fiumi e rododendri, rovine e un piccolo paese, Grana, crescono due ragazzini: Pietro il protagonista, stessa barba dello scrittore, qualche arrampicata e molta malinconia, e Bruno “nato per fare il montanaro”: insieme costruiscono una casa e poi cantano, uno va in giro per otto montagne l’altro si arrampica sul monte Sumeru; Continua a leggere

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