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Dalla prima lettera di Houellebecq a Bielsa: Un grandioso progetto per voi mentecatti sottomessi

Monsieur Bielsa,

mi hanno riferito della sua battuta sulle mie poesie, del suo paragone con Ribéry, che in effetti gareggia con me in quanto a perversioni, per questo, sappia che adoro chi mi denigra, amo chi non mi striscia ai piedi, come fanno spesso gli inviati dei giornali italiani, insopportabili con le loro domande politiche, che mi diverto a stracciare, invece con lei vorrei fare un discorso più complesso: so di potermelo permettere, e spero che Lei sia in grado di rispondere e soprattutto d’agire, nel caso si faccia aiutare dalla redazione de L’Equipe. Dietro la sua compostezza, dietro la sua educazione borghese argentina, leggo tutto il disprezzo – largamente giustificato – per la Francia, in fondo il nostro è un campionato minore, preda degli arabi, ai quali abbiamo consegnato Parigi e ora gradualmente tutto il paese. Continua a leggere

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Mediterraneo: mare della civiltà

Da un porto all’altro il mare rimane lo stesso, invece, noi, tendiamo a sentirci diversi, cancelliamo quello che l’acqua unisce, dimentichiamo quello che porta, e finiamo per perderlo senza neppure averlo visto. Quello che sappiamo oggi del Mediterraneo è che si tratta di un aggettivo, e non di un mare o di un destino: la politica lo vorrebbe certo ma più che porta siamo portaerei o tema da convegno, quando invece bisognerebbe ascoltarlo il Mediterraneo e non parlarci su, girarne le spiagge e i porti, o anche solo guardarlo da Algeri come faceva Albert Camus, per strutturarlo in una vita. E, se, come insegnavano i greci, arriva fin dove cresce l’ulivo, allora ecco la nostra mappa d’interesse: dal Marocco alla Palestina. Continua a leggere

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Posizione di tiro

La rovesciata e il colpo di tacco nel calcio sono come i Beatles e i Rolling Stone nella musica, almeno per me, e quindi talonnade e Mike Jagger. La rovesciata è barocca, è un urlo, e infatti piace ai più. Il colpo di tacco è il silenzio nel caos delle aree di rigore. E io sono un tipo piuttosto silenzioso, votato alle cose impossibili – per dire amo l’Athletic Bilbao, da prima che arrivasse Marcelo Bielsa, mi basta sapere che non imbrogliano e che sugli spalti c’è una ragione sentimentale, anche sbagliata e minoritaria ma autentica. È come per le donne e i libri ognuno ha i suoi canoni. Tra i tanti calciatori capaci di colpire il pallone con l’altra punta estrema del piede, c’era Rabah Madjer, algerino, anche lui come Hugo Sanchez, un dispari (ripeto la mia teoria sui calciatori, per gli assenti: ci sono giocatori definiti “pari” come Messi, Cruyff, Baresi, che non solo sono grandi ma hanno anche una squadra apparecchiata, poi ci sono i calciatori definiti “dispari”, cioè quelli bravissimi come Sanchez, Milla e appunto Madjer, che però non hanno la squadra, e poi c’è Maradona che squadra o no, importa poco, è fuori categoria, per dirla con Menotti: “quello che prende una banda e la trasforma in una orchestra”). Continua a leggere

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Here comes the pain

“Il Presidente del consiglio Silvio Berlusconi questa mattina, a Milano, è stato colpito da un attentatore, pare di origine algerina, identificato come Nim, non sappiamo ancora se questo è il suo nome vero o il suo nome in codice, le condizioni del premier sono apparse subito gravi. Raggiunto da due colpi: uno all’addome, l’altro al viso. È stato subito elitrasportato all’ospedale San Raffaele di Milano. Berlusconi si era fermato come di consueto a salutare la gente che lo acclamava numerosa, prima di intervenire in un convegno voluto da Don Verzé, sull’ urgenza di una nuova morale”. La voce di Ernesto Paolozzi, inviato del Tg1, era davvero percorsa da paura ed emozione, aveva assistito all’attentato, aveva visto tramortire l’algerino e soprattutto aveva visto cadere il Presidente, sanguinante e addormentato. “Se un uomo così perde coscienza, il paese è smarrito”, ecco questa era la frase da dire, al prossimo collegamento. Gli hanno chiesto di rimanere sul luogo dell’attentato con l’operatore, e lui ha dalla sua il tettuccio dell’auto schizzato di sangue, ma non sa se annunciare al direttore di avere quelle immagini, o tenerle per il dopo. Trema, Paolozzi, e anche l’operatore, Ernesto Rossi, bianco in viso, fuma voracemente. Lui, in un attimo di adrenalina, gli ha detto: “siamo nella storia”. Ma quello ha alzato le spalle. E allora Paolozzi si è messo a scrivere, non vuole perdere dettagli. Sa che lo shock cancella parti intere di ricordi, e allora scrive freneticamente, e poi salta in piedi, si aggiusta il nodo della cravatta e il bavero della giacca di lino, ogni volta che chiamano il collegamento da studio, praticamente ogni cinque – sette minuti. Continua a leggere

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