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Mourinho: navigante per campi da assaltare

Si sentiva in trappola senza una squadra da allenare, e lo diceva a tutti. È andato avanti così per un anno intero, rappando il bisogno, fin dal giorno dopo l’esonero dal Manchester United. Gli mancava l’odore dell’erba, lo stare nella battaglia, le polemiche, le conferenze stampa, e soprattutto le partite, insomma il suo set, aveva preso a fare il commentatore per Sky Sport UK, come calmante, dopo aver aspettato una squadra degna del suo nome, e, ora, José Mourinho, l’ha trovata, è il Tottenham. Continua a leggere

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Emiliano Mondonico (1947- 2018)

Voleva invece fare

ordine con una sedia

nello schifo del mercato globale

non percuote non s’arrende

incalza mentre fa resistenza

al vento che asciuga le maglie Continua a leggere

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Una sostanza sottile

È l’allenatore di passaggio: se fa bene c’è sempre uno migliore che deve arrivare, se fa male non ha nemmeno il tempo di respirare. Roberto Donadoni difende come Capello, attacca come Sacchi ed ha la dignità di Zoff, dove sta il difetto? Forse nei toni, o nell’eccesso di silenzio, persino quando si incazza lo fa dentro di sé, bisogna guardargli le espressioni del viso e non aspettarsi un discorso da barricata. Continua a leggere

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Maran: le tavole tattiche e il vino di Hemingway

Rolando Maran il dispensatore di Tavole tattiche. Come il José Arcadio Buendìa di Gabriel Garcia Marquez in “Cent’anni di solitudine”, rinomina spazi e posizioni per non perderne la memoria, così ha uno spogliatoio zeppo di tavole che raffigurano il cosa fare del campo e del pallone. In più, è uno stabilizzallenatore, che ogni squadra vorrebbe. Continua a leggere

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Quirino Monzoni si chiamava il mister

Layout 1Avevamo la maglia a righe e non aspettavamo gli avversari perché il nostro mister diceva che non bisogna aspettare mai niente, nemmeno il futuro. «Aspettare è una cosa da vecchi, e voi siete dei ragazzi.» A noi la storia piaceva e correvamo tanto, spaventavamo gli avversari e tenevamo sempre il pallone. Quirino Monzoni si chiamava il mister, e aveva modi spicci. Anche dolcezza, a modo suo: quando facevi il giusto ti strizzava l’occhio, ammiccava per dirti «ok, ci siamo», e ci aggiungeva anche un sorriso. Con me lo fece dopo un gol, e io, che mi ero fermato, ripresi a correre e andai ad abbracciarlo. Lui, che non si aspettava il gesto (forse era la prima volta, anzi, di sicuro era la prima volta), apparve impacciato come una foca, sembrava che non avesse le braccia. Mentre mi allontanavo mi disse: «Non lo fare più, è una cosa da checche, riprovaci e tu e la panchina diventate una sola cosa». Continua a leggere

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