Archivi tag: Atene

De Crescenzo: socratico-maradoniano

Voleva fare il cantante, ma ha avuto tre vite che l’hanno portato altrove, non senza compagnia musicale: ingegnere, scrittore, regista. Luciano De Crescenzo – oggi quasi novantenne – è tra i pochi ad aver davvero acchiappato Napoli, sulla pagina, nello schermo e prima con la fotografia. Un grande amore, che, forse, solo Isabella Rossellini è riuscita a interrompere a tratti – creando piccole distanze ogni volta che tornava – quello tra la città e l’ingegnere che raccontava la filosofia al popolo. Continua a leggere

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Lacrime di Champions

XAl fischio finale verranno pesate soltanto le lacrime, nonostante i gironi Champions e i gol. Quelle di Gonzalo Higuain, che si fanno fiume e avvolgono il San Paolo. Piange senza vergogna l’attaccante argentino, a differenza di Callejon che si maschera il viso con la maglia gialla e se ne sta in ginocchio. Higuain no, in piedi, mostra la sua faccia da Alessandro Magno, esibisce le lacrime, dopo un gran gol e una grande partita, e viene tenuto in una scena caravaggesca da massaggiatori e compagni. Continua a leggere

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Atene, la sera

Ad Atene, la sera, con Ulrike camminavamo parlando a bassa voce. La gente che incrociavamo aveva scolpiti sulla faccia e negli occhi l’uso precedente della faccia e degli occhi, potevi chiaramente capire che avevano urlato, che si erano disperati, e noi, quasi per non disturbare la quiete ritrovata, incrociandoli, ce ne stavamo zitti. Il nostro paese è cresciuto senza perturbazioni e ora invece ne ha una massiccia in petto, e no, proprio non riesce a comprenderne la natura. Io capivo quanto c’eravamo dentro, e Ulrike più di me, ma poi le ripetevo che in economia è impossibile essere nudi e cordiali come lo siamo noi la notte, sotto lo stadio di Atene. L’economia non è mai nuda ha sempre giacche e gradi e palazzi e non è mai cordiale nel senso di come lo siamo noi. Non conosce la bellezza dell’amore, ed è anche giusto così. Il mondo procede per contrasti quindi se Dio è amore, l’economia non può esserlo. E il punto più morbido di questo discorso è un bacio. La sera è una pozza scura, e noi proviamo ad illuminarla, lo so è impossibile, ma voi non conoscete Ulrike. La sua volontà non conosce muri, e la sua libertà non ha inquilini. Non dobbiamo pagare la pigione all’Europa, si ostina a dire, io bacio e sto zitto. Ho smesso di credere da tempo, sì, siamo giovani, ma per cosa? Per urlare e spaccare? Ci annunciano regole e posture, noi ci rifiutiamo, scendiamo in piazza, ma la realtà è diversa, i conti non tornano mai, soprattutto perché abbiamo sperperato. E giù manganelli. Sulla faccia, sugli occhi, sulle braccia. Ulrike balla, io corro, e per adesso l’abbiam scampata, nessuna parte del nostro corpo è stata a posto per i colpi della polizia. No, non c’è una posizione desiderata, e non so nemmeno quanto ancora staremo qui, la stringo, le dico aspettiamo, ma lei si rialza, e come se dovesse asciugarsi la faccia dice: Questo paese sembra la casa di un altro. In questo modo non ci facciamo del bene, replico. Ma è un errore. Ne consegue una discussione che sottrae tempo agli abbracci, e le idee, per carità, dovrebbero sempre venire dopo i sentimenti.

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