Archivi tag: “C’era una volta in America”.

Una vertigine chiamata Sergio Leone

Siamo dalle parti del mito, un Omero che genera pistoleri e gangster, ecco Sergio Leone, per brevità regista. Uno che nella Roma degli anni Quaranta guardando in fondo alla ripida scalinata di Viale Glorioso, scendendo a capofitto, vedeva il vecchio west, cavalli dove c’erano carri armati americani, e messicani in fuga dove sbaraccavano i tedeschi. Un visionario, certo. Uno che faceva film su cose che non ci sono più. Favola e Storia. Fantasia e realismo, che poi il compagno di scuola ritrovato avrebbe cucito in note, quel gran genio del suo amico: Ennio Morricone. Continua a leggere

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“C’era una volta a Hollywood”, Sergio Leone

Andò a letto presto come Noodles, e non inciampò – come Dominik – nella violenza che investì Sharon Tate e i suoi amici. Era l’agosto del 1969 e Sergio Leone, con lo sceneggiatore Luciano Vincenzoni, cercava a Los Angeles i costumi per “Giù la testa” che sarebbe arrivato nel 1971. Un po’ si lavorava, un po’ si vedeva gente e si immaginava il film facendo altro, e tra un attore e un cocktail arrivò l’invito per un dopocena a casa di Sharon Tate per la sera dell’otto agosto. Vincenzoni a Los Angeles conosceva un mucchio di gente, era amico di Billy Wilder, soprattutto, Ava Gardner, Ilya Lopert, e di Jack Beckett Continua a leggere

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Allontanarsi dalla zona

Le cose ci sono, poi non ci sono più, il tempo consuma tutto. Cadono le case, muoiono le persone, cambiano gli allenatori: quelli che perdono e anche quelli che vincono. Così Pep Guardiola lascia la panchina del Barcellona, dopo 4 anni e tutti i record battuti: titoli, gol, partite. Il suo gesto si chiama contrazione corrispondente al quarto anno di ultravittorie. E non lo fa perché ha una offerta migliore – anche se non mancano – ma perché desidera un anno normale, “senza questo pazzo calcio ogni tre giorni”. Diciamo subito che Guardiola sta al calcio come Barack Obama alla politica (quando – come fa Stephen King nel suo ultimo romanzo “22 11 1963” – bisognerà dire dell’evoluzione della specie: per lo sport si citerà lui), e che il suo gesto somiglia a quello di Al Gore, si allontana con una rinuncia, per vedere meglio le cose e poi andare ancora più in là, se è possibile. In questi anni ha rappresentato l’idea nuova del pallone: i tocchi orizzontali veloci stanno al calcio come i baci senza pudore al cinema, il possesso di palla e la supremazia sono uguali alla forza di Marlon Brando sullo schermo, una imposizione di sentimenti selvaggi che diventano supremazia di gesti, trasformando le partite in cinema naturale, con il copione della vittoria scritto e lasciando agli avversari solo il ruolo di comparsa. Ha esasperato il gioco fino a farne leziosità come lamentano i suoi detrattori, ma il suo Barcellona sarà ricordato al pari del Brasile di Pelé e Garrincha, del grande Torino, dell’Olanda di Cruyff (suo grande sponsor) e Rinus Michels o l’Argentina di Maradona (che poi la squadra iniziava e finiva con lui). Diventerà un ricordo collettivo che verrà evocato con le facce dello stupore, e accompagnato da numeri, gol, impressioni. Continua a leggere

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