Archivi tag: Chiarelettere

In questo stato

Indietro si torna per prendere la rincorsa – in barba a una scritta settantasettesca bolognese – o per aggiungere dettagli. Pino Corrias né l’una né l’altra, si vede che come Bocca di rosa lo fa per passione, e ripercorre, con “Nostra incantevole Italia” (Chiarelettere), la storia del paese attraverso i luoghi, o le location, direbbero a Cinecittà gli assistenti di Fellini, che pure c’è. Ma Corrias non è Arbasino, e invece di stupire riesce a citare tutto quello che uno si immagina e conosce, non aggiungendo niente di nuovo. Continua a leggere

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Ho visto ballare gli occhi di una manza

Stasera è venuto a trovarmi Dino, un amico che fa il falegname per Prada, costruisce negozi uguali in diverse parti del mondo. Suo padre lavorava al macello comunale come il mio, abbiamo giocato insieme, lui: un marcantonio la metteva dentro di testa sui cross miei, poi ci siamo separati: campi, posti diversi. Dopo un po’ è tornato al paese, ha fatto molti lavori, ha divorziato quando ha scoperto che la moglie lo tradiva ed è andato via. Continua a leggere

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Quirino Monzoni si chiamava il mister

Layout 1Avevamo la maglia a righe e non aspettavamo gli avversari perché il nostro mister diceva che non bisogna aspettare mai niente, nemmeno il futuro. «Aspettare è una cosa da vecchi, e voi siete dei ragazzi.» A noi la storia piaceva e correvamo tanto, spaventavamo gli avversari e tenevamo sempre il pallone. Quirino Monzoni si chiamava il mister, e aveva modi spicci. Anche dolcezza, a modo suo: quando facevi il giusto ti strizzava l’occhio, ammiccava per dirti «ok, ci siamo», e ci aggiungeva anche un sorriso. Con me lo fece dopo un gol, e io, che mi ero fermato, ripresi a correre e andai ad abbracciarlo. Lui, che non si aspettava il gesto (forse era la prima volta, anzi, di sicuro era la prima volta), apparve impacciato come una foca, sembrava che non avesse le braccia. Mentre mi allontanavo mi disse: «Non lo fare più, è una cosa da checche, riprovaci e tu e la panchina diventate una sola cosa». Continua a leggere

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Sedersi in panchina

Layout 1Ci sediamo in un mucchio di posti ogni giorno. Ci spostiamo da un luogo all’altro, spesso distrattamente, e alcuni diventano fondamentali. Accettando o meno di sederci, cambieremo la nostra vita. Gli allenatori stanno perlopiù in piedi a guardare la partita, a urlare, a inveire contro gli errori arbitrali. C’è persino chi prende la stessa acqua dei suoi calciatori per non farli sentire diversi, c’è chi sta seduto e scrive, chi sta seduto e guarda. Ciò che li accomuna è il verbo sedere associato alle panchine, che ormai sono poltrone spesso alte sul campo. Se accetti devi farti carico di un’esposizione fatta di telecamere e parole, quasi per giustificare quello che hai costruito e mostrato. Le trasmissioni tv sono ossimori teologici, tribunali veloci di azioni irreversibili, esercizi di giudizio. Quello che nessuno dice è che il campo è matematica invisibile, e il fuori campo è umanesimo di bassa lega. Continua a leggere

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Rasmus Elm

Rasmus Elm in training for SwedenTra tutti i ragazzi che ho avuto ripenso spesso a Rasmus Elm, uno svedese che se ne stava dietro le punte, non andava in tv, non faceva pubblicità, non litigava e non amava le copertine. Era il calciatore gentile. Suo padre mi aveva raccontato che da ragazzino rifiutava di giocare, poi era stato un centrocampista timido, però ordinato, preciso, mai fuori posto, né in campo né fuori. Lo vogliono in tante squadre, dall’Arsenal al Manchester United. Prima aveva scelto l’AZ Alkmaar, in Olanda, poi la mia squadra in Italia. Continua a leggere

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