Archivi tag: Film

Soggetti per film come almanacchi

“L’affittacani” /1

Durante il regime coronavirus a Roma il signor Attilio Meniconi, ragioniere in pensione, vedovo, affitta i suoi due cani (taglie diverse un alano e un pinscher) agli inquilini del palazzo per farli uscire con giustificazione richiesta dal governo. Intorno all’affitto dei cani si creano diverse storie, quando la signora Giulia Nascinbeni perde il cane Lallo, quello di taglia piccola, tutto cambia perché il solerte vigile Renato Mascheroni scopre che il cane non è della signora Giulia che lo usava non solo per uscire ma per incontrare il magistrato Ermete Secchia, seguono vari esercizi di autorità e tentativi di chiuderla alla buona, ma niente, perché il cane Lallo non si trova (è sfuggito alla presa poco salviniana della signora Nascinbeni correndo libero per Roma). Attilio Meniconi viene scoperto come affittacani, il giro dei coinvolti è di un palazzo intero e nelle confessioni, al cospetto del commissario Manlio Calzoni, vengono fuori gli intrecci amorosi e i traffici: soprattutto uno, quello dei falsi permessi per visitare i genitori anziani e inesistenti del Meniconi. Ma quando tutto sembra precipitare, arriva la fine del contagio, il coronavirus è improvvisamente scomparso, e Lallo si ripresenta al palazzo. Continua a leggere

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Tel Aviv on Fire: il segreto è l’ascolto

Si può fare. Si-può-fare. Parlare di Israele e Palestina, del conflitto, delle diversità, ironizzando, giocando con l’hummus i pomodori e i fischi, i check-point, il muro e le ottusità. In fondo era quello che faceva il cinema italiano, la commedia può cannibalizzare tutto e restituirci il dolore con le risate, basta saper scrivere. Il film – da vedere subito – è “Tutti pazzi a Tel Aviv” (è del 2017 ma in Italia è arrivato tardi), perché si ride, perché c’è ritmo, perché poi citerete le battute anche se non sapete che cosa hanno trattato israeliani e palestinesi a Oslo. Continua a leggere

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Botte di discrezione

È difficile scrivere del film sull’omicidio di Stefano Cucchi, “Sulla mia pelle”, di Alessio Cremonini, perché appena si prova a muovere una critica all’opera, scatta il ricatto d’insensibilità o peggio di mancata comprensione per la tragedia, raccontata con una regia scarna e basata su una sceneggiatura che ha tenuto conto del profilo del ragazzo, della sua ostinazione. Alessandro Borghi – che interpreta Stefano – se l’è scritto addosso, come da titolo, livido dopo livido, respiro affannoso dopo respiro affannoso, dolore dopo dolore, lamento dopo lamento, restituendoci carattere e sguardo – quello che era mancato alle cronache giornalistiche –, portandoci per forza di cose alla commozione, soprattutto quando in un involontario ultimo desiderio chiede della cioccolata, nella sua notte definitiva, o nelle conversazioni notturne con un altro detenuto che bordeggiano i deliri, per questo divergendo dalla normalità che opprime il film. Continua a leggere

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Da canaro a dogman: il male al ribasso

Sul bancone c’erano quattro dita, le orecchie, parte delle labbra e del naso, la lingua, i testicoli e il pene di Giancarlo Ricci, ex pugile, che giaceva supino: braccia e gambe divaricate e incatenate, mentre Pietro De Negri detto “il canaro” gli urlava: «Mamma mia come t’hanno conciato male! E chi è stato sto figlio de mignotta?». Continua a leggere

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Soggetto per Woody Allen

Ammesso che gli lascino girare ancora film, ho un grande soggetto per Woody Allen: Una attrice ex moglie di Frank Sinatra torna dal cantante per chiedergli di far uccidere dalla mafia italoamericana uno dei più grandi registi di Hollywood, che incidentalmente è anche suo marito, la cui colpa è di essersi innamorato della sua figlia adottiva, della moglie (serve un grande flashback). Continua a leggere

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