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Gary Speed, 1969-2011

La morte è nostalgia per il sonno, volontaria o meno che sia. Sentita o allontanata. Il sonno invece è sempre sollievo. Ci sono passaggi senza spinte e passaggi che chiamano spinte all’assurdo. Un suicidio è sempre un salto. Quando i giorni hanno esaurito movimenti e corse, sudore e persino gioia (che ci sia di mezzo un gol o una donna), il tempo è solo un angolo della mente. A chi resta pare una infinità, che è un sacrilegio sprecare. Per chi va è un deserto da abbandonare. In mezzo: l’incomprensione. C’è una elettricità della vita che davvero ci fa funzionare come lampadine, illuminiamo gli altri e le stanze degli altri, a volte bastiamo persino alle nostre di stanze, e la chiamiamo solitudine. E poi c’è un tempo nel quale l’elettricità si esaurisce. Non è uguale per nessuno, nemmeno per chi dura gli stessi anni di un altro. La vita è una forma energetica. Il corpo un regolatore di flussi: sentimentali, perlopiù. E noi un sistema complesso. E dentro, ci portiamo  un livello di corrente che cerchiamo di tenere alto, ci viene insegnato che così deve essere. Da piccoli c’è un obbligo alla felicità che poi pretendiamo anche nel resto degli anni, ma è una illusione. Ecco, c’è chi crede a quella illusione e la insegue. Chi capisce che – appunto – è una illusione e si siede, dopo che c’ha girato intorno. E chi, scoperto il trucco, aperta la scatola, non riesce a trovare altri motivi per restare. E se ne va. Chi muore, lascia il buio, spegne la sua elettricità: che rimane nei ricordi di chi ha visto le sue stanze illuminate.

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