Archivi tag: ghiaccio

Icebreaker Frej

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no charge, Rodger

Rodger Scott, il campione di sumo dalla pelle nera, ha consumato la sua voglia di capire le donne e ora si preoccupa solo di sudare. Le ha guardate a lungo, come si può guardare il cielo, continuando a stupirsi che vada oltre i grattacieli della città dove vive, che il blu, il grigio il bianco abbiano ancora spazio anche fuori dal suo sguardo. E che le stelle, no, non stiano in tasca. È un sentimentale, anche se a vederlo combattere non sembra. I chili ingannano, dico quando afferra gli avversari, fuori dagli incontri si sa: i grossi o stanno in porta o sono buoni. Il suo problema è che non è pronto ad accogliere le donne che gli appaiono come temporali sulla costa oceanica, e ci rimane male quando se ne vanno, dopo aver scaricato, che sia pioggia o baci, Rodger ci mette del tempo per riprendersi. Poi ci riprova, e poi rimane male. è successo diverse volta, una di più, l’ha segnato. Adesso ha smesso. Come una attività che chiude per mancanza di soldi. A distruggere la pazienza del grosso, è stata Leah (לאה), una cantante, neri gli occhi, vai a sapere il resto delle parole che cantava, era ebrea e le strofe erano nella sua lingua. Lui diceva: «nera e basta. Occhi suoi, pelle mia». Lei sorrideva, cantava, e dopo lo amava. Quando è finita la promozione americana, è sparita. Lui ha provato a cercarla, lei non hai mai risposto. Continua a leggere

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scherzare col ghiaccio

Neanche il ghiaccio è tutto uguale, come la gente. A volte ci sono banchi levigati dal vento, pezzi inclinati, curve verticali da vertigine, forme che emergono, una panoramica di blocchi che la nave lesiona, che senti scrocchiare, prima che ti appaia un orizzonte sottile, con venature nere che lasciano intravedere il mar Baltico, scuro e nascosto. La realtà è bianco che sta intorno. Muto e immenso, che la nave e i suoi colori sembrano sporcare, come tu che guardi, testa in avanti occhi persi nel ghiaccio quasi che il destino arrivasse da lì. Non distingui più niente, ti sembra d’impazzire. Bianco, quello è facile, lo ricordi come se niente fosse. Bianco, dritto e fondo, solido bianco, come quello che capiscono tutti, bianco e basta. Poi ci sono i bianco grigi, anche se non sono trasparenti è come se qualcosa del come li guardi ti restasse appiccicato, uno specchio ma ostile, perché in quei grigi ti capita di rivederti con lo sporco della vita. Infine, c’è il bianco di notte, che è diverso, la terra vista dalla luna e ti aspetti che dalla radio di bordo si sentano Neil Armstrong e i suoi “nothing” a spasso per il Mare della Tranquillità, invece, è solo annaspare notturno, in un bianco scuro, senza appigli, il nero della notte che è quello del mar Baltico, illuminato da due enormi fari Independence Day, che non lo rendono meno scuro o forse buono, il bianco di notte è unico, e non l’avevo mai visto. Continua a leggere

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La muta di Radetzky

Il dottor Marcus sta curando un sistema di nuove mute con trasferimento di calore attraverso i peli, dopo mesi di prove: funziona tutto, solo che indossare le sue mute porta una sensibile diminuzione dell’appetito, e questa caratteristica non richiesta preoccupa i produttori, Marcus ha detto: «se hai fatto naufragio e ti trovi in acqua, conviene non aver fame, metti che i soccorsi non siano americani, ce ne vuole di tempo prima di essere salvati». I medici della Produzione stanno studiando gli effetti su un massimo di 4-5 giorni. A Marcus interessa la corrente che il pelo genera a contatto con la muta, il caldo che produce e la resistenza al freddo, pensa a un sistema simile anche per affrontare il ghiaccio. Ha notato come al contatto tra la muta e i peli il calore cavalchi con un ritmo ben preciso il corpo umano avvolto, e ha deciso di battezzarla Radetzky, per via della famosa marcia. Spesso a Marcus capita di cercare una soluzione a un problema che gli viene posto dalla Produzione e di trovare una risposta molteplice, come in questo caso. Continua a leggere

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Ghiaccio-Nove (refrain)

Una delle prime spedizioni del dottor Marcus, fu al polo Sud, ma solo anni dopo rivelò quello che aveva scoperto. Il suo interesse per il ghiaccio si deve all’amicizia con Felix Hoenikker, scienziato nucleare, e padre della teoria Ghiaccio-Nove, che tutti conoscete. È risaputo che l’uomo insegue il benessere e un certo tipo di calore, quindi a Marcus interessavano il disagio e un certo tipo di freddo sotto lo zero. Poi, al solito, ci mise del suo, sostenendo che il ghiaccio avesse una sua melodia, come certe nuvole di calore avevano a che fare con la musica africana e si erano raffinate con i suoni di Jobim. Marcus arrivò a dire che all’interno del ghiaccio c’era una melodia che poteva essere fatta uscire nel passaggio tra lo stato liquido e quello solido. E la melodia è data dalla quantità di ghiaccio analizzata, per dire: in un iceberg ci sono Beethoven e una orchestra (l’esempio spiazza lo so, ma provate a immaginare). Ovviamente il ghiaccio fa a meno delle parole avendo la potenza del suono. Le chiacchiere si sa diminuiscono il potere della musica. Per questo i musicisti e la musica si rifugiano proprio nel nucleo solido del freddo, cassa armonica per pochi. Ci sono intere sinfonie ancora da scoprire ai più, che però, Marcus, ha tirato fuori e catalogato in un file, chiamato “Shackleton216”. Continua a leggere

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