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Kapuściński, ancora un giorno

154368176_4373507845999710_5613629037697284097_nAncora un giorno. Per Kapuściński è un’altra alba nel 1975 nella guerra civile in Angola. A noi è toccato un calendario con moto perpetuo del Covid.

Quando i russi per la politica internazionale erano in qualsiasi parte del mondo, più di McDonald’s.

Perché se qualcosa ti sta sconvolgendo e non sai dargli un nome, è jazz oppure Cuba: la spina del fianco più resistente e dolorosa per il capitalismo. Come per il calcio mondiale è l’Uruguay.

Cani di razza in libertà, educazione sentimentale per i posti di blocco e identità per la lunghezza della barba. Semiotica della realtà dei conflitti.

Farrusco, il signor 56 palle.

Carlota Machado, una madonna col Kalašnikov, impossibile non amarla. Continua a leggere

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Tu chiedimi chi era Macaluso

1. Amico di Sciascia, Guttuso e Berlinguer. Altro che social network, questo era il Pci.
2. La serena accettazione del carcere, senza lo stigma sociale, il rimorso della morale e pure senza un abbonamento a Netflix.
3. Si oppose alla mafia, si oppose alla Dc e poi al Pd. E tutto questo senza bloccarli su whatsapp.
4. Seppe leggere la Sicilia, dagli zolfatari ai contadini, per questo non fu mai ministro e Alice Rohrwacher ha vinto al Festival di Cannes.
5. Ha scritto molti libri e non si è mai dovuto ritirare dalla politica per farlo. Ciao Walter.
6. Mai giustizialista, si preoccupò sciascianamente della deriva dei giudici e dei tribunali. Chi mai avrebbe pensato che si sarebbe dovuto anche occupare della Cassazione di Twitter. Continua a leggere

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Quelli de “La notte”

Un giornale scomparso è sempre una civiltà sepolta, se poi quel giornale era illustrato da fotografie che non potranno più essere scattate, perché morbose, voyeuristiche, violente, con la sola mediazione di un lenzuolo bianco e a volte senza nemmeno quella, allora siamo di fronte a una civiltà sepolta nuda, come non lo sarà mai più. I delitti ci riportano ai primordi, all’essenziale; il sangue e le armi ci fanno leggere il tempo passato; il resto è contesto: strade, palazzi, cucine, boschi, canali, campagne, bar, automobili, e come collettore un cadavere, ecco un libro straordinario che viene fuori dall’archivio di un giornale – “La notte”, pubblicato dal 1952 al 1995 – che raggiunse 250mila copie, che usciva con tre edizioni al giorno e aveva dietro un ritmo di lavoro pazzesco: giornalisti, fotografi, redattori e poligrafici che lavoravano a ciclo continuo, tanto che solo dopo anni si sono accorti del servizio reso al tempo presente, un tempo pieno di privacy ma senza umanità. Continua a leggere

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Mario Fossati, Fausto Coppi e la vita

Una notte, in treno, Fausto Coppi, tornando dal tour che aveva perso, disse al cronista ragazzino (Mario Fossati): «Caro Mario, ricordati: nella vita si ottiene tutto prima o poi. Ma tardi e male». C’è tutto Coppi in questa frase, e tutto Fossati, uno straordinario testimone dell’Italia sportiva e non: migliore in assoluto. Restituita con un linguaggio moderno, limpido, perfetto. Fossati non raccontava, fischiava. Era sopravvissuto alla campagna di Russia, per questo al ritorno amò tanto la spensieratezza degli ippodromi e la bellezza dei cavalli, andò dietro ai ciclisti e si perse per le strade, guardò salire sulle cime l’amico Walter Bonatti, bevendo con Nereo Rocco. La Gazzetta dello Sport lo “prese” perché abitava vicino a Fiorenzo Magni, e lui divenne la parte giudiziosa di Gianni Brera, mentre raccontava in auto le gare a Cavanna, il massaggiatore cieco di Coppi, mostrandogliele. Fossati era fatto di parole, che distribuiva con parsimonia e giustizia, mai una di più, mai una di meno, un equilibrio tra fatto e racconto. 

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Adesso ridete con me

Quando ho scritto “Il più maldestro dei tiri” non pensavo di avere ragione in così poco tempo: dalla Cina che invade il calcio fino al declino del dieci (da Baggio a Thiago Motta) e del regista (il vuoto dopo Pirlo), passando per la caduta del Berlusconi calcistico che coincide con la sua estinzione politica. E niente, leggendo i giornali rido e tanto perché io quello che scrivono ora – come cronaca – l’ho immaginato nel natale del 2014. Poi è tutto inutile ma ogni tanto da qualche parte bisogna pur dirlo.

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