Archivi tag: Guanda

Porte che inutilmente sbattono di notte

Fragilità e inconsistenza, oltre una elementarità di lingua, governano la raccolta di racconti: “Se mai un giorno” (Guanda) di Marco Vichi. “Storie e destini che chiedono di essere ascoltati”, sì, se avessero una voce non sovrascritta, se avessero dei dettagli, degli incipit diversi, anche non articolati ma almeno capaci di fare colpo – “Era una calda sera di settembre”; “Era una notte fonda, ma il sonno non voleva saperne di accoglierlo tra le sue braccia”; “C’era una gran bufera, quella notte”; “Non posso dimenticare quella notte. Una delle più inaspettate che abbia mai vissuto”; “Chalna, è notte. Una notte d’estate”–, Continua a leggere

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Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai a Tel Aviv

Nicole Krauss prende in prestito dalle terzine di Dante Alighieri il titolo del suo libro “Selva oscura” (Guanda), provando a raccontare lo smarrimento davanti al quale tutti, prima o poi, capitiamo. Apparecchia una doppia storia: quella di Jules Epstein avvocato di successo che si spoglia dei propri beni e di Nicole una scrittrice americana che vive a Brooklyn – in autofiction – legandole all’Hotel Hilton di Tel Aviv, città d’ostinazione. Epstein è ossessionato da un rabbino e dal re Davide, lei da uno strano professore di letteratura forse anche agente del Mossad e da Franz Kafka. Continua a leggere

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A Bigger Splash

Come insegnava Orson Welles: è dai cattivi libri che si traggono i film. Luca Guadagnino lo sa e per questo ha scelto “Chiamami col tuo nome” (Guanda) di André Aciman. Purtroppo lui non è Welles,  nonostante Aciman abbia scritto un libro didascalico, di una compromissione sentimentale ridicola e con una espressività elementare: un baraccone con piume e mare. Il film va agli Oscar anche se pare un vecchio Bertolucci (Bernardo) al ribasso, Continua a leggere

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Sepúlveda: son mille pagine sotto cieli ottenebrati

E che fatica (signora mia) trovare un aggettivo per offendere Pinochet in ogni articolo, senza mai, proprio mai, pensare di prenderlo semplicemente in giro. Luis Sepúlveda è un arrabbiato (con ragione, per carità), e a mettere insieme molti dei suoi scritti viene fuori una autobiografia politica: “Storie ribelli” (Guanda), che pesa come la borsa di un idraulico. Una serie di testi che faranno piangere Gianni Minà, e che a noi fanno rimpiangere l’assenza di ironia, e la persistenza del metodo. Ogni pensiero va ad Allende – il compagno presidente – che nelle pagine della sua guardia del corpo, Luis, si moltiplica come e più di Padre Pio. Sepúlveda parla con lui e con le statuette di Miguel de Cervantes chiedendo scusa per i telegiornali spagnoli; chiama tutti fratellino o compagno tra un povero Cile e l’altro; Continua a leggere

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Arundhati Roy: meglio 50 giorni da orsacchiotto

Come insegnava Massimo Troisi: bisogna ricominciare da tre, perché il secondo, che sia romanzo o film, si sbaglia. Lo avevamo visto già con Harper Lee: non bisognerebbe tornare anni dopo a insidiare se stessi, Arundhati Roy lo ha fatto, con “Il ministero della suprema felicità” (Guanda), ed è inciampata. Partita come sceneggiatrice, aveva convinto tutti venti e fischia anni fa con “Il dio delle piccole cose”, poi si era messa a donchisciottizzare contro dighe e multinazionali, portandosi la politica e le ossessioni conseguenti dentro la scrittura, di cui questo ultimo romanzo risente. Vorrebbe essere Franzen, ma sembra Veltroni con il suo ultimo film “Indizi di felicità”. Parte da Nâzım Hikmet – già malamente usato da Özpetek – per spiegare al lettore che tutto il suo viaggio indiano da Delhi a Delhi: sobborghi, bordelli e rifiuti, sarà questione di cuore. Continua a leggere

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