Archivi tag: Kobe Bryant

L’addio di Bryant

Kobe il terribile, con gli ultimi sessanta punti e un corpo a pezzi, lascia la pallacanestro. «Difficile credere che fosse l’ultima volta», dice alla fine della gara contro gli Utah Jazz, mentre la sua squadra – Los Angeles Lakers, la stessa da venti anni – e mezzo mondo già lo rimpiange. Jack Nicholson lo guarda affranto, come si guarda andare la propria giovinezza, mentre intorno tutti, urlando, gli ricordano che è prenotata una statua a suo nome. Continua a leggere

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Una volta vidi Kobe Bryant da vicino, ma non giocava.

A un mondiale di calcio si incontra un mucchio di gente, può capitare di far colazione con vista Blatter o Shakira, di incrociare di mattina presto in un supermercato deserto Javier Zanetti, di prendere il caffè con Kluivert, di trovarsi Platini in ascensore, di salire le scale di uno stadio con Bill Clinton o Mick Jagger, di parlare di Cesaria Evora col presidente della federazione calcistica di Capo Verde, o con quello del Ghana di Ranzie Mensah, e di vedere Kobe Bryant recitare. Al mondiale sudafricano c’era tutti, perché tutti volevano conoscere da vicino Nelson Mandela (che non è la stessa cosa di Casaleggio – lo dico a Mattarella). Continua a leggere

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Una banana vi seppellirà

10264828_845077898839627_7417577612178003619_nPiù ironico di Rosa Parks meno ideologico di Tommie Smith così Dani Alves, con un gesto beffardo, ha risolto una domenica di tristezza: irridendo il razzismo che gli era piovuto addosso sotto forma di banana. Partita del campionato spagnolo, Villareal-Barcellona, il difensore brasiliano, sta per battere un calcio d’angolo, quando gli arriva davanti ai piedi e al pallone una banana dagli spalti. Continua a leggere

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La versione di Yogesh

Eccoci qua, in posa, per il “Times of India”, mio fratello Ramesh, mia sorella Felicia, di fianco a mia madre Radhika, a seguire papà Suresh, e dietro, ci sono io, Yogesh: la famiglia Saldanha al completo, e siamo ricchi. In pratica metà Mumbai è nostra, e l’altra metà pure, è nostra indirettamente, siamo noi l’economia di questo posto, o almeno così la raccontano i giornali che sanno solo una parte della storia. Questa foto è stata scattata prima della mia partenza, ci tengo molto, sapete come quelle vecchie cartoline di città che poi sono cambiate, adesso sono un’altra persona, dopo sei mesi, sono dimagrito, ho i baffi e ancora più soldi. E il mio migliore amico è il tapis roulant, lo so, potrei fare di meglio, lo dice anche mio padre, ma è grazie a lui se ora sono diverso (al tapis non a mio padre), e oltre alle tante rupie ho intorno anche altro, cioè, io ora vedo anche altro, sarà per via del bilanciamento delle proteine. Ho cambiato città, non lingua, ambiente, non livello, alimentazione e abitudini, non capacità d’acquisto né di spesa. Continua a leggere

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Happiness is a warm gun in your hand

Giorni di sole e luce, che si depositeranno sulla nostra pelle, patina di sudore per tutti, in coppia alla speranza, un grattacielo allungato sull’orizzonte: Allure of the Seas, la nave da crociera più grande del mondo, odore matrimoniale, svacco autorizzato, bella estate, Caraibi, chiacchiere, giochi, sogni, amore – forse l’ultimo o il primo -, piatti e bicchieri sempre colmi davanti, pensando: non si scioglie così anche il tempo? Il plot è semplice, sta dalle parti del fantastico, almeno per chi riesce a farsi coinvolgere, per gli altri c’è un mondo non reale che recita Hollywood. Mi sento Bill Murray: “Lost in Translation”. Anche un po’ “Ricomincio da capo”: «Tu sei nuova del lavoro, vero? Alla gente piace anche il sanguinaccio, la gente è stupida!». Continua a leggere

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