Archivi tag: Kurt Vonnegut

Simon Kjær, invictus

Senza nomeNel tempo immobile del dolore, Simon Kjær è stato il movimento della salvezza. Non ha avuto bisogno dell’invocazione whitmaniana – O Capitano! mio Capitano! – che i ragazzi de “L’attimo fuggente” trasformano in refrain per uscire dal conformismo, no Simon Kjær, capitano della Danimarca che oggi tutti conoscono, si è mosso con una efficienza da pronto soccorso, ha spostato la lingua di Christian Eriksen, l’ha adagiato su un lato, e poi lasciato spazio ai soccorsi, chiamando a protezione del suo corpo il resto della squadra, sembrava la “testuggine” invocata dal “Gladiatore” Russell Crowe. Non c’erano soldati romani, ma un esercito di telecamere. Poteva bastare? No, certo che no, è andato incontro alla compagna di Eriksen, Sabrina Kvist Jensen, corsa in campo, per tenerla in un abbraccio. Gli europei li ha vinti lui, con tutto il carico di epica. Continua a leggere

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Miami blues

Nel cuore dorato della città dorata, un brillante psicopatico, Frederick J. Frenger Jr, per difendere la sua giacca di pelle spezza un dito a un Hare Krishna, procurandone la morte. Da quel dito e dallo shock causato comincia “Miami blues” di Charles Willeford, che Feltrinelli ripubblica – stessa traduzione, di Emiliano Bussolo – dopo Marcos y Marcos, che ha anche gli altri tre libri willefordiani su Miami. Per capire la grandezza di Willeford basta ricordare che quando chiedevano a Quentin Tarantino di spiegare “Pulp Fiction”, il regista rispondeva che il suo film stava dalle parti di “Miami blues” e di Willeford. Continua a leggere

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5 anni mexican

Oggi il blog compie cinque anni, non sono bravo con le ricorrenze, e raccontare un contenitore di mie parole con altre mie parole mi appariva volgare, per questo ho scelto quelle di un monologo di Raffaello Baldini – per me il più grande poeta del secondo Novecento italiano – uno che ad ogni rigo ha ironia da vendere. Questo pezzetto che vi copio è tratto da “La Fondazione” (Einaudi), che è l’ultimo monologo scritto da Baldini, morto nel 2005. A parlare è un personaggio eccentrico che colleziona le cose più assurde del passato, le raccoglie perché ha intenzione di mettere su una Fondazione per tenere viva la memoria “delle cose più sfuggenti e dei pensieri: non quelli dei poeti e dei filosofi, che tanto a questi ci pensano già i libri, ma quelli che vengono a tutti quanti in qualche momento della giornata, e sembrano tanto acuti, e poi spariscono nel flusso della vita”, per questo è nato il blog, Continua a leggere

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Love and War

La città nel deserto aveva telefoni che squillavano e gente che rispondeva, prima che le bombe cadessero. «La morte era un sibilo col grigio che ti invadeva», ha raccontato un superstite. C’è chi ha paragonato il bombardamento a quello di Dresda, e chi ha risposto: «No, no di più», ma era solo un modo per ignorare la voce dei morti, dimenticare i loro nomi e dire a chi rimaneva che quello che conta veramente sono le domande, non la qualità delle risposte. A quei pochi che si ostinano a pretenderne di serie, viene detto che: «Così va la vita», e per il dolore c’è sempre la macchina di quel pazzo, Ben Marcus, quello che meriterebbe il Nobel, ma non lo avrà mai. Le strade dell’ingiustizia hanno un mucchio di buche, e solo chi ci casca lo scopre. Come testimone oculare: ho visto la sabbia alzarsi a onde e le case bruciare, ho sentito molta gente urlare e ne ho vista altra sparire, sembrava ci fosse una creatura dell’aria venuta a regolare i conti con questo posto, e non aerei abilitati alla funzione, da un ordine normale. Pareva di stare sotto una coperta, e ne sono quasi certo, ora, posso dirlo, qui a voi, quella coperta era il male. Mi è rimasta abbastanza voce da portare avanti questa convinzione, anche se non conta molto, sarò sempre il portatore di quel dolore. Certo come voce ho poco spazio, e un malloppo di fogli, sono le vite di chi c’è rimasto, sotto quella coperta. Col silenzio, tocca riempire gli spazi di chi se ne è andato, di chi non dirà più: «eccomi, qua». Continua a leggere

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