Archivi tag: Kurt Vonnegut

Miami blues

Nel cuore dorato della città dorata, un brillante psicopatico, Frederick J. Frenger Jr, per difendere la sua giacca di pelle spezza un dito a un Hare Krishna, procurandone la morte. Da quel dito e dallo shock causato comincia “Miami blues” di Charles Willeford, che Feltrinelli ripubblica – stessa traduzione, di Emiliano Bussolo – dopo Marcos y Marcos, che ha anche gli altri tre libri willefordiani su Miami. Per capire la grandezza di Willeford basta ricordare che quando chiedevano a Quentin Tarantino di spiegare “Pulp Fiction”, il regista rispondeva che il suo film stava dalle parti di “Miami blues” e di Willeford. Continua a leggere

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5 anni mexican

Oggi il blog compie cinque anni, non sono bravo con le ricorrenze, e raccontare un contenitore di mie parole con altre mie parole mi appariva volgare, per questo ho scelto quelle di un monologo di Raffaello Baldini – per me il più grande poeta del secondo Novecento italiano – uno che ad ogni rigo ha ironia da vendere. Questo pezzetto che vi copio è tratto da “La Fondazione” (Einaudi), che è l’ultimo monologo scritto da Baldini, morto nel 2005. A parlare è un personaggio eccentrico che colleziona le cose più assurde del passato, le raccoglie perché ha intenzione di mettere su una Fondazione per tenere viva la memoria “delle cose più sfuggenti e dei pensieri: non quelli dei poeti e dei filosofi, che tanto a questi ci pensano già i libri, ma quelli che vengono a tutti quanti in qualche momento della giornata, e sembrano tanto acuti, e poi spariscono nel flusso della vita”, per questo è nato il blog, Continua a leggere

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Love and War

La città nel deserto aveva telefoni che squillavano e gente che rispondeva, prima che le bombe cadessero. «La morte era un sibilo col grigio che ti invadeva», ha raccontato un superstite. C’è chi ha paragonato il bombardamento a quello di Dresda, e chi ha risposto: «No, no di più», ma era solo un modo per ignorare la voce dei morti, dimenticare i loro nomi e dire a chi rimaneva che quello che conta veramente sono le domande, non la qualità delle risposte. A quei pochi che si ostinano a pretenderne di serie, viene detto che: «Così va la vita», e per il dolore c’è sempre la macchina di quel pazzo, Ben Marcus, quello che meriterebbe il Nobel, ma non lo avrà mai. Le strade dell’ingiustizia hanno un mucchio di buche, e solo chi ci casca lo scopre. Come testimone oculare: ho visto la sabbia alzarsi a onde e le case bruciare, ho sentito molta gente urlare e ne ho vista altra sparire, sembrava ci fosse una creatura dell’aria venuta a regolare i conti con questo posto, e non aerei abilitati alla funzione, da un ordine normale. Pareva di stare sotto una coperta, e ne sono quasi certo, ora, posso dirlo, qui a voi, quella coperta era il male. Mi è rimasta abbastanza voce da portare avanti questa convinzione, anche se non conta molto, sarò sempre il portatore di quel dolore. Certo come voce ho poco spazio, e un malloppo di fogli, sono le vite di chi c’è rimasto, sotto quella coperta. Col silenzio, tocca riempire gli spazi di chi se ne è andato, di chi non dirà più: «eccomi, qua». Continua a leggere

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