Archivi tag: Libia

Ero Muammar Gheddafi

Siamo tutti figli dei nostri padri? Gesù Cristo era il figlio di Dio, o il frutto di uno stupro passato sotto silenzio, oppure ancora la conseguenza di un flirt imprudente? Che importa? Gesù ha saputo fare della sua breve vita un infinito, della sua Via Crucis una Via Lattea e del suo nome il codice d’accesso al paradiso. Conta solo ciò che siamo capaci di lasciare dietro di noi. Questi straordinari conquistatori hanno generato re incapaci? Quante civiltà sono scomparse una volta affidate a eredi di basso profilo? Quanti schiavi messi ai ferri hanno spezzato le loro catene per edificare imperi faraonici? Non avevo alcun bisogno di sapere chi era mio padre, né di cercare la tomba di un illustre sconosciuto. Ero Muammar Gheddafi. per me il big bang era avvenuto nel momento in cui avevo preso d’assalto la radio Continua a leggere

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Estetica dell’Orrore

isis-libia-640864_tnAncora una volta i nemici dell’Occidente mostrano di aver imparato la lezione estetica del mondo che odiano, dopo le Torri gemelle, la gabbia che brucia il pilota giordano, arriva la spiaggia libica, bagnata dal Mediterraneo e sporcata dal sangue. Tutti avrete visto il video che mostra la decapitazione di 21 cristiani copti da parte dei tagliagole dell’Isis. Per un attimo – se vi riesce – dimenticate l’orrore che c’è dietro, il messaggio, la vendetta per la morte di Osama Bin Laden e bla bla bla, e concentratevi sulla costruzione dell’azione. Continua a leggere

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Il cerchio di Beatrice

I corpi di Gheddafi e di suo figlio Mutassim sono rimasti per quattro giorni in una cella frigorifera di un centro commerciale di Misurata, prima di essere seppelliti. Al dottor Marcus è parsa una scena dantesca. È come se il popolo libico si fosse arrampicato sulla cima del potere e avesse grattato con forza. E poi? Ci sono stati dei falò e delle feste intorno al fuoco. Che creatura era Gheddafi? La sua ostruzione alla democrazia e alla libertà che fonti aveva? I soldi, ok, ma bastano? E chi ha detto che la violenza si paga con la violenza, è realmente libero? Gheddafi è arrivato a noi come uno straccio. E prima si presentava come il tessuto costoso e inarrivabile, aveva una attrazione magnetica per molti paesi occidentali. Poi il respiro della morte ha sporcato tutto. Si insorge per la libertà che non si conosce, si va a cercarla come le cose nascoste o perdute. Lui, li aveva addestrati alla condizione animale, e ha ricevuto un trattamento da jungla. Continua a leggere

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when i’m on my own

Dalla Puerta del Sol a Wall Street c’è lo stesso parallelo, Madrid  e New York stanno sedute sul 40esimo, e si passano l’indignacion – da stomaco a bocca – che negli Usa diventa occupation (di Wall Street). Hanno cominciato i greci, in pochi ne hanno ascoltato le proteste, anche perché erano cicale, Strauss-Kahn ancora non imputato ma giudice e padrone, li aveva zittiti, consigliando di lavorare, anche se si moriva per strada. Poi, è partita la rivoluzione islamica: Tunisia, Egitto, Libia, Siria. Dopo, sono arrivati gli spagnoli, e lì c’era da ascoltare, anche perché avevano occupato una piazza in pianta stabile. Intanto, bruciava Londra, ma era una rivolta per le cose, durata poco, più saccheggio che ideologia. Infine, è arrivata l’America, con una protesta nella stanza dei bottoni, Wall Street, e lì non puoi far finta di nulla, devi farci i conti per forza, e andare indietro con un lungo flashback, sì, c’è Michael Moore alla cinepresa, e tanti attori intorno, ma il film riguarda noi, gente normale. E mentre già partono i paragoni col il movimento hippy, segniamo la differenza: loro lottavano per mantenersi vivi, dovevano scampare una guerra, e avere un futuro. I ragazzi di oggi, lottano per avere una vita, e un presente. Una coscienza diversa dagli hippy, che sperimentavano e potevano permetterselo, a New York c’è una maggiore consapevolezza, sanno cosa colpire, il male diffuso è l’economia che ha sostituito la politica  (in Vietnam ci dovevi andare per forza, in Iraq ci vai per pagarti l’università, il muto della casa). Continua a leggere

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Il salto, la vita

Il salto di Lampedusa (nel video) è considerato come il richiamo forzoso della natura, è detto anche salto di Ben o delle forze animali. È una azione che esiste da secoli in natura, dove ogni corpo può subire (e deve subire) una spinta portante che lo costringe a saltare. Se questo avviene davanti ad altri della stessa specie è anche un passo in avanti per effettuare il salto con cognizione, quando verrà richiesto. È divenuto obbligatorio solo negli ultimi anni, in prossimità dei confini o passaggi di specie (vengono indicate così questi territori di salto), e l’azione è denominata anche esonero di zona. Tutto cominciò con i cani messicani che costrinsero altri cani messicani alla forzosità del salto, in quel caso era un dislivello terroso. Nell’azione c’era la volontà di ribadire la supremazia del territorio di sopra su quello di sotto. Poi i casi registrati sono aumentanti, fino a raggiungere il genere umano. Per molti ricercatori l’atto è un utile modello di valutazione della civiltà e delle sue forme, c’è persino chi dice che senza il salto forzoso non può nascere la civiltà, altri invece sostengono che il salto determini proprio l’allontanamento dalla civiltà. Le zone di intrusione ed evasione rappresentano anche il confine tra posti avanzati (almeno in apparenza) e posti non avanzati. La modalità è davvero semplice, in riferimento agli ultimi anni: il corpo che prova a violare il territorio avanzato riceve una spinta che lo costringe al salto pari alla distanza che l’ha condotto dal suo paese al luogo di respingimento. Non vi ingannino le immagini, le figure che saltano e quindi fuggono, dopo aver creato tumulti e rivolte, devono per forza, subire questo percorso, è la loro crescita, e anche la testimonianza ai loro simili del ciclo da compiere. La sparizione dopo il salto, invece, e la conseguente immobilità di testimoni e attori che hanno spinto al salto, appartengono al silenzio, che è del tempo che viviamo.

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