Archivi tag: Manuel Vazquez Montalban

Barcellona: crisi d’identità della squadra-nazione

Non bastava unirsi alla letteratura facendo del cinema naturale in ogni azione, no, si sono voluti fare squadra-nazione, e quindi politica all’ennesima potenza, esplicitando, prima delle piazze e dei referendum, il desiderio d’essere altro: un assolutismo culturale e sociale che andava in cerca dell’indipendenza passando dai campi, durante una partita, andando oltre la declinazione religiosa delle squadre irlandesi, l’appartenenza di quelle scozzesi, le accesissime rivalità di quelle sudamericane, e scavalcando anche generi e mestieri che caratterizzavano le squadre sovietiche, il Barcellona ha scelto d’essere una singolarissima espressione politica, complicando tutto, e, ora, paga questa scelta come ogni democrazia europea, con una crisi, d’egoismi e di shakespearismo, come aveva previsto anni da Josè Saramago a proposito degli stati del vecchio continente. Continua a leggere

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Andrea G. Pinketts, l’importante è esagerare

Voleva essere il Grande Gatsby, ma lo fregavano le camicie. Aveva il fisico, lavorava sulla lingua e le facce, ma esagerava con i colori. Uno sciupone di vita e parole. Andrea G. Pinketts, in realtà Andrea Giovanni Pinchetti, «Pinketts, il vero cognome della mia famiglia, fu italianizzato sotto il fascismo. Io sono milanesissimo ma di padre irlandese. Mia mamma invece è trentina, di padre tedesco»; prima che scrittore era una creatura della notte, un animale da bar che viveva come antidoti alla paura: Continua a leggere

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César Luis Menotti: oracolo, bandiera, idea

Metà stregone, metà aristocratico. Fisico da ballerino, capelli lunghi sulle spalle – anche ora che sono tutti bianchi –, faccia asciutta e naso da guerriero greco, César Luis Menotti, il Don Chisciotte pragmatico d’Argentina, compie ottant’anni. E sembra ancora un ragazzo, con le sue tante vite: calciatore, allenatore, chimico, filosofo, e imperatore per una notte, nel 1978, accendendo la luce nella tenebrosa dittatura di Jorge Videla, quando vinse il mondiale con la nazionale argentina. Continua a leggere

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Maradona: il mito che non muore

Si potrebbe dire che non aveva niente e che arrivò ad avere ogni cosa: dando tutto a Napoli. Dove gli altri avevano preso, lui restituiva. Per questo il mito di Diego Armando Maradona non muore, anzi, rifiorisce ogni volta che ci rimette piede. In una città che fa il presepe e veste i santi, che crede ai miracoli e parla con i morti, dove il sangue si raggruma e si scioglie, dove le voci sono tante e gli appiccichi pure: Maradona è un punto fermo. Accettato dalla città come modello, inglobato, masticato e venerato. La sua immagine, appesantita e affannata, sta in una linea malinconica, tra Massimo Troisi e Pino Daniele, a fermare ad aeternum gli anni Ottanta. È tutto quello che resta a Napoli, non essendo ancora riuscita a scavalcare quella linea di nazione che aveva ancora gli ultimi scampoli di Eduardo, che vedeva Luciano De Crescenzo ironicamente spiegarla all’Italia, e Domenico Rea raccontarne il dolore e la vivacità. Continua a leggere

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La morte del corsaro nero

Già nel XVIII secolo Goethe aveva scagliato tuoni e fulmini contro gli editori, a quei tempi chiamati «librai»: «Sono tutti figli del diavolo, per loro ci deve essere un inferno speciale». E un altro classico tedesco, Hebbel: «È più facile camminare con Gesù Cristo sulle acque che passare con un editore attraverso la vita». Perfino il grande editore inglese Frederick Warburg si poneva questa domanda, pochi anni fa, nel titolo delle proprie memorie: An Occupation for Gentlemen? Più vicino a noi, Francisco Ayala, premio Cervantes, definisce il suo editore di Buenos Aires direttamente come «ladro». Continua a leggere

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