Archivi tag: oceano Atlantico

L’estate da Pointe-Noire a Santa Monica

È nei contrasti e nelle sfasature intenzionali tra violenza e ironia, che Alain Mabanckou, scrittore e poeta, manifesta la sua forza. Nato a Pointe-Noire, nella Repubblica del Congo, è poi emigrato in Francia, dove ha pubblicato, trovando lettori e un mucchio di riconoscimenti. È il primo autore francofono dell’Africa sub-sahariana a essere pubblicato nella prestigiosa collana Blanche di Gallimard. Inquieto, curioso, attraversato da variazioni linguistiche e culturali, ha lasciato la Francia per gli Stati Uniti, dove insegna presso l’università della California. Continua a leggere

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Carmela, la più grande balena di San Giovanni a Teduccio

Il sottomarino Nestor, progettato dal dottor Marcus, è una nuvola di ripensamenti e glorie, fatto di linee morbide e accelerazioni tecnologiche. È una macchina di precisione e forza, zoccoli, metallo e fantasia. L’oceanografa Zazie è quella che comanda, equipaggio e ricerca. Nestor non è un sottomarino come altri, non solo perché pensato da Marcus, ma perché nasce per una precisa missione: cercare il mostro Carmela, una balena cresciuta a San Giovanni a Teduccio, tra veleni, rifiuti e canzoni di Nino D’Angelo, che poi ha preso l’oceano Atlantico.  Dall’oblò, Zazie scruta i fondali, il suo è un mestiere strano, «evanescente» le dice il suo fidanzato, «una missione da Achab degli abissi, che non porta da nessuna parte». Carmela è più scaltra di Moby Dick, e «la sua immagine ovale di latte che bolle o sboffi di farina», come l’ha definita il dottor Marcus, è un ricordo passato a sentire gli esperti militari. Di sicuro la lontananza dal golfo ha portato delle influenze sul colore, l’ultimo bollettino la tinge di ocra, ma «è una bugia» ha detto Zazie, «Carmela non è una balena di facili colori, e il bianco è la sua natura». Continua a leggere

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Elogio del filo di ferro

Ernest Henry Shackleton, coperto da una pellicola grigia e densa, ha fregato le onde dell’oceano Atlantico, l’Antartide e anche il tempo atmosferico. Gli oggetti chiave della sua vita, il destino, li aveva devoluti e risolti in una diarchia: ghiaccio e mare, tra questi la sua nave. L’aria gelida trafiggeva l’assenza dell’Endurance. Freddo, fame, sonnolenza, torpore, bisogna liberarsi anche di questi pesi, per poter sperare. E mantenere una promessa. Tra i suoni dell’oceano. E un’isola lontana come il cielo. Alle spalle un paesaggio di ghiaccio, davanti il nulla. In mezzo, una responsabilità, verso gli uomini coinvolti. Dormire a singhiozzo, e ogni mattina mantenere una rotta, sentita a cuore, orecchio, istinto. Niente altro da segnalare, se non una grande forza di volontà. Farsi Dio, ecco cosa fece Shackleton. Non era più un capitano, un esploratore, un uomo curioso, un Ulisse che andava a sud, no, era Dio, ostinato e scivolato giù dalle nuvole. Che salvava gli uomini che aveva coinvolto, che non abbandonava il suo equipaggio, che diceva: io sono la causa del vostro dolore e io vi salverò. E lo fece. La storia è questa, e comincia da Londra, da dove il primo agosto 1914 salpa l’Endurance, a bordo 27 uomini. Direzione Georgia del Sud, isola a est della terra del fuoco, un punto sopra la penisola antartica. Si fermarono a Grytviken, il posto abitato dell’isola, poi ripartirono per il mare di Weddell, dove arrivarono un mese dopo, e rimasero incastrati nel ghiaccio. Continua a leggere

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