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Arundhati Roy: meglio 50 giorni da orsacchiotto

Come insegnava Massimo Troisi: bisogna ricominciare da tre, perché il secondo, che sia romanzo o film, si sbaglia. Lo avevamo visto già con Harper Lee: non bisognerebbe tornare anni dopo a insidiare se stessi, Arundhati Roy lo ha fatto, con “Il ministero della suprema felicità” (Guanda), ed è inciampata. Partita come sceneggiatrice, aveva convinto tutti venti e fischia anni fa con “Il dio delle piccole cose”, poi si era messa a donchisciottizzare contro dighe e multinazionali, portandosi la politica e le ossessioni conseguenti dentro la scrittura, di cui questo ultimo romanzo risente. Vorrebbe essere Franzen, ma sembra Veltroni con il suo ultimo film “Indizi di felicità”. Parte da Nâzım Hikmet – già malamente usato da Özpetek – per spiegare al lettore che tutto il suo viaggio indiano da Delhi a Delhi: sobborghi, bordelli e rifiuti, sarà questione di cuore. Continua a leggere

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Cinema Italia

dd2968f5-9eae-4480-b233-3acf8d0e1bc6-460x276Quando Diego Godin fa il Grande Sertão nell’area italiana e segna, in campo c’è una tale confusione che un sambodromo in confronto è una sala d’aspetto. I telecronisti sono fermi al morso di Luis Suarez, Chiellini sta facendo Sofialorén con la spalla al vento, nei tifosi italiani si prospetta la ripetizione della partita con la Costa Rica, film d’azione, una sola, la loro. Uruguay Uno, Itala Zero. Continua a leggere

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