Archivi tag: Robert De Niro

“C’era una volta a Hollywood”, Sergio Leone

Andò a letto presto come Noodles, e non inciampò – come Dominik – nella violenza che investì Sharon Tate e i suoi amici. Era l’agosto del 1969 e Sergio Leone, con lo sceneggiatore Luciano Vincenzoni, cercava a Los Angeles i costumi per “Giù la testa” che sarebbe arrivato nel 1971. Un po’ si lavorava, un po’ si vedeva gente e si immaginava il film facendo altro, e tra un attore e un cocktail arrivò l’invito per un dopocena a casa di Sharon Tate per la sera dell’otto agosto. Vincenzoni a Los Angeles conosceva un mucchio di gente, era amico di Billy Wilder, soprattutto, Ava Gardner, Ilya Lopert, e di Jack Beckett Continua a leggere

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The Bronx Bull

Si definiva «un brutto peccato mortale», dimostrando di avere oltre i pugni un talento come umorista. Jack LaMotta, che se ne va a novantasei anni. «La boxe la fai se hai fame», diceva, che poi è divenuto un assioma, insieme all’assicurazione elargita con faccia di conseguenza e whisky nella mano destra: «La boxe non è pulita». E in quello sporco ci metteva il sangue, la puzza del sudore e la corruzione, come il respiro della morte, che oggi è scomparso dal ring e pure dalle spalle dei pugili. Avrebbe fatto impazzire Jack London, per quanto era selvaggio e spietato. Continua a leggere

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Icardi: tra romanzo e realtà

Gioca, litiga, scrive, istiga, divide e poi sbaglia un rigore. Mauro Icardi dopo aver vissuto pericolosamente l’estate e prima una avventurosa storia d’amore che lo ha portato a strappare Wanda Nara a Maxi Lopez, aver mischiato la sua camera da letto al campo, trovato pace, firmato un contratto, guidato una Inter sbandata alla vittoria sulla Juventus, invece di giocare e continuare a zittire i suoi detrattori, si mette a scrivere una (inutile) autobiografia e si racconta come un gangster: facendo incazzare la curva Nord interista che smentisce il suo racconto. Va bene che da grandi bisogna buttarsi via, ma Icardi esagera nel credersi Arthur Rimbaud. La sregolatezza in tutti i sensi è roba da poeti, non da attaccanti. Va bene che bisogna vivere per raccontarla ma se non sei Jack London conviene farlo dopo i settanta non a vent’anni, e questo l’ha capito persino Ausilio, il ds dell’Inter, che non corre a leggere i libri quando escono. Continua a leggere

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Mamma Camorra

La nuova serie di Sky “Mamma Camorra”, ha fatto registrare degli ascolti da Festival di Sanremo. Terminata ieri sera con l’ultima delle cinque puntate, anche in replica ha staccato Montalbano. Girata in segreto a Cinecittà per quattro soldi, sta avendo un ritorno enorme. Per i pochissimi che non l’hanno vista, è la storia di Arena Rosaria:  mamma killer che si vede costretta a uccidere dopo che le chiudono la piazza di spaccio e le sparano Pugliese Ciro di anni 21, unico figlio che studiava all’Orientale e aveva anche fatto l’Erasmùs a Londra con tanti sacrifici. Sì, gli sceneggiatori hanno pensato a Vincenzo Cerami e Mario Monicelli di “Un borghese piccolo piccolo” ma facendone una vasciaola grossa grossa, l’ingombro della signora Rosaria è da Bud Spencer Continua a leggere

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Allontanarsi dalla zona

Le cose ci sono, poi non ci sono più, il tempo consuma tutto. Cadono le case, muoiono le persone, cambiano gli allenatori: quelli che perdono e anche quelli che vincono. Così Pep Guardiola lascia la panchina del Barcellona, dopo 4 anni e tutti i record battuti: titoli, gol, partite. Il suo gesto si chiama contrazione corrispondente al quarto anno di ultravittorie. E non lo fa perché ha una offerta migliore – anche se non mancano – ma perché desidera un anno normale, “senza questo pazzo calcio ogni tre giorni”. Diciamo subito che Guardiola sta al calcio come Barack Obama alla politica (quando – come fa Stephen King nel suo ultimo romanzo “22 11 1963” – bisognerà dire dell’evoluzione della specie: per lo sport si citerà lui), e che il suo gesto somiglia a quello di Al Gore, si allontana con una rinuncia, per vedere meglio le cose e poi andare ancora più in là, se è possibile. In questi anni ha rappresentato l’idea nuova del pallone: i tocchi orizzontali veloci stanno al calcio come i baci senza pudore al cinema, il possesso di palla e la supremazia sono uguali alla forza di Marlon Brando sullo schermo, una imposizione di sentimenti selvaggi che diventano supremazia di gesti, trasformando le partite in cinema naturale, con il copione della vittoria scritto e lasciando agli avversari solo il ruolo di comparsa. Ha esasperato il gioco fino a farne leziosità come lamentano i suoi detrattori, ma il suo Barcellona sarà ricordato al pari del Brasile di Pelé e Garrincha, del grande Torino, dell’Olanda di Cruyff (suo grande sponsor) e Rinus Michels o l’Argentina di Maradona (che poi la squadra iniziava e finiva con lui). Diventerà un ricordo collettivo che verrà evocato con le facce dello stupore, e accompagnato da numeri, gol, impressioni. Continua a leggere

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