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Kapuściński, ancora un giorno

154368176_4373507845999710_5613629037697284097_nAncora un giorno. Per Kapuściński è un’altra alba nel 1975 nella guerra civile in Angola. A noi è toccato un calendario con moto perpetuo del Covid.

Quando i russi per la politica internazionale erano in qualsiasi parte del mondo, più di McDonald’s.

Perché se qualcosa ti sta sconvolgendo e non sai dargli un nome, è jazz oppure Cuba: la spina del fianco più resistente e dolorosa per il capitalismo. Come per il calcio mondiale è l’Uruguay.

Cani di razza in libertà, educazione sentimentale per i posti di blocco e identità per la lunghezza della barba. Semiotica della realtà dei conflitti.

Farrusco, il signor 56 palle.

Carlota Machado, una madonna col Kalašnikov, impossibile non amarla. Continua a leggere

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Sócrates Souza, pediatra

Socrates of BrazilEra uno strano tipo di calciatore, faccia da Cristo allegro del sud, i ricci, la barba nera e folta, era alto (1,93 con un 37 di piede), predicava Gramsci, giocava a calcio in modo elegante e sorrideva triste: Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieria de Oliveira (57 anni). Morto a San Paolo, per una infezione intestinale che si era andata ad aggiungere a un quadro clinico disastrato, conseguenza dell’abuso di alcol. Era uno splendido perdente, capitano di un Brasile meraviglioso (con Junior, Serginho, Zico, Eder, Falcao, Cerezo) che non riuscì a vincere i due mondiali che doveva avere in tasca (1982-1986), e di cui Zico ancora non se ne fa una ragione. “Sócrates Souza, pediatra”, diceva la targhetta di lato all’entrata di casa sua. E lui si è preso cura di molti bambini, tutti quelli che andavano allo stadio. Sì, perché era anche dottore, anzi lo era prima di essere calciatore, poi cantante, pittore, commentatore sportivo per giornali e tv. Continua a leggere

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