E il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire

Come Fazio e Saviano anche Niccolò Ammaniti è alla fine di un ciclo: tra ragazzini che salvano se stessi, il mondo e le merendine – non in quest’ordine –. Il suo ultimo romanzo “Anna” (Einaudi pp. 274, euro 19) dal nome della dodici-tredicenne che è un po’ la Neo di “Matrix” in una Sicilia dove “la Rossa” – una epidemia partita dal Belgio – uccide tutti i grandi e lascia il mondo ai bambini: provvisoriamente, s’intende. Anna, rimasta sola col fratellino Astor – una sorta di Siddharta di cui bisogna ritardarne la scoperta del male –, dopo la morte dei genitori, è la donna che porta il fuoco anche se poi tutta la missione si ridurrà a cercare per amore: delle “Adidas Hamburg” (e si capisce che Ammaniti ha letto e mandato a memoria Ray Bradbury de “L’estate incantata”). In un mondo di rovine, cenere, città in disfacimento e cadaveri descritti con minuzia, Anna cerca il cibo per il fratello, si scontra con bande e cani – adotterà il maremmano dai tre nomi: una sorta di Belle, sì il cagnone di “Belle e Sebastien” – e si prepara all’arrivo del sangue, momento che segnerà anche la sua probabile esposizione dal contagio. Tra ricordi, storie in aggiunta come quella di Patrizio, del cane, di lettere e quaderni, meccanici della Ducati e cannoli, viene da chiedersi: ma visto che il modello era “La strada “ di Cormac McCarthy, da adattare alle taglie dei ragazzini, non si poteva conservare la stessa secchezza di scrittura? L’immediatezza di frasi e situazioni? Invece di innestarci la masticazione di Camilleri? Che, ormai, è il nuovo Manzoni. A parte il personaggio di Anna – riuscito ma non originale, forse per questo riuscito – il romanzo è un giro di montagne russe tra stili diversi, col risultato che sembra scritto a due marce, e che gli innesti siano stati imposti su una storia che da esile avrebbe funzionato molto di più. C’è molta confusione soprattutto nelle scene collettive, è un “Branchie” senza fantasia, con qualche guizzo e molte inutili scene senza fine, col solito circo disneyano, castello e mezza schiavitù (qua il recensore vi dirà che fin dai tempi de “Il signore delle mosche” di William Golding, la tirannia dei bambini è nota), strega giovane e semplificazioni a nastro con una cartolina di affetto per i lontani Elsa Morante e Dino Buzzati che ci seguono da casa. Lo scopo di Anna e Astor è di raggiungere la Calabria, superare lo Stretto e capire se oltre la Sicilia qualcuno è riuscito a sopravvivere anche crescendo, e se altri ci riusciranno anche se forse sarà Anna la prima a scamparla, forse no, il vero dramma è la scarsità di Nutella, il deperimento delle scorte, e il senso della fine alla Battiato: imminente.

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7 thoughts on “E il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire

  1. rodixidor ha detto:

    Implacabile come sempre. Ma ci piaci così 🙂

  2. vitosantoro ha detto:

    chapeau!

  3. Alfredo Gambarota ha detto:

    Ottima recensione.Prossimamente nei nostri cinema…

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