Archivi categoria: stiamo tutti andando nella stessa direzione?

Come Hollywood

Canzoni e cazzate ce n’è finché vuoi

polemiche e svarioni non mancano mai

nei campi fioriscono nemici del congiuntivo

e i comici diventano presidenti con l’imperativo

niente problemi, tanti banditi Continua a leggere

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La mia canzone per Sanremo (rifiutata)

Voglio vivere come Gillo Dorfles
svegliarmi e ricordare Alvar Aalto
pettinarmi all’Umberto per la conferenza di Palo Alto 
e parlare due ore del kitsch nei corn flakes

Voglio vivere come Gillo Dorfles
alzarmi e laurearmi in medicina
scegliere il misticismo e dipingere la borocillina
per dare la colpa a Jorge Luis Borges

Voglio vivere come Gillo Dorfles
andarmene a spasso in Cile e in Argentina
provare il peyote e la cocaina
e organizzare in Patagonia un cocktail-parties

Voglio vivere come Gillo Dorfles
dissertare sul disegno industriale fino a farmi male
giocare col conformismo come se fosse un animale
e chiamare Lyonel Feininger in walkie-talkies

Voglio morire come Gillo Dorfles
prima del mio centottesimo compleanno
per fare un dispetto ai giorni che arriveranno
e chiedere d’essere seppellito a Versailles

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Come un ananas

Rimase immobile a guardare la mano che afferrava l’ananas, mentre diventava sempre più distinta l’immagine per anni rimossa. All’improvviso, in un supermercato della provincia americana, poteva sentire echeggiare i rumori del campo, gli ordini nella sua lingua madre e l’abbandono della condanna. In mezzo a una costellazione luminosissima di banchi e scaffali, c’era solo quella mano che teneva l’ananas: in un sostanziale allineamento tra ricordi. Continua a leggere

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And he was smiling

Sottratto alla velocità e al dramma “The Old Man and the Gun” è un film di genere che ci mostra l’invecchiamento del genere. Lo accompagna verso la fine, come accompagna l’ultimo ruolo (ha detto che smette, noi speriamo che ci ripensi) di Robert Redford. Nato da una storia vera – quella del rapinatore Forrest Tucker e grande evasore: Continua a leggere

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L’opera da tre euro

Un paese nell’atrio di un commissariato, con le forze dell’ordine che dettano i pezzi ai giornalisti – passando dalla fase embedded a quella avatar – i ministri che aspettano la preda, il capro espiatorio, e la maggioranza degli italiani che sbava, invocando la prigione, in nome di una giustizia che non conoscono, che è estranea, proprio come la storia. Cesare Battisti torna in Italia dopo la sua evasione, avvenuta nel 1981, avvolto in una coperta, come Tommaso Buscetta, torna in un paese diverso, con una classe politica che usa il punto esclamativo dopo la parola ergastolo, che in una confusione di poteri ha già deciso che non ci saranno benefici né sconti di pena, e in un tripudio sudamericano inverte la geografia. Continua a leggere

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