Archivi categoria: forme d’onda

Il punteggio di Wimbledon

Molti anni dopo, Roger Federer, si sarebbe ricordato della sconfitta più lunga della sua carriera scoprendo il buio tra le luci della bacheca di casa. Potrebbe cominciare così “Il punteggio di Wimbledon”, ipotetico romanzo nell’anno del Covid-19. In pochi sanno che, tra i tanti riti del torneo, il punteggio dell’ultima partita di Wimbledon viene cambiato solo quando comincia la prima gara del nuovo anno, e, siccome quest’anno non ci saranno partite, quel punteggio si dilaterà: divenendo doppio, e Federer – che fino all’altro giorno si allenava anche sotto la neve, auspicando il riscatto su Novak Djokovic – vedrà raddoppiata la sua agonia di sconfitto. Questo rito, come sanno i devoti – in questo caso delle religioni –, diventa un appiglio di speranza, una certezza assoluta avrebbe detto Elsa Morante nella sua grammatica arturesca, così dove gli altri sport hanno punteggi-mandala che si consumano – per rigenerarsi – una volta registrati da gazzette ed almanacchi, Wimbledon assurge ancora di più a tempio e fissità, scolpendosi nella memoria – soprattutto quella di Federer con i match point sprecati l’ultima volta – duplicando la sospensione che già gli apparteneva fino a farsi simbolo assoluto dello sport messo forzatamente a riposo. Involontariamente: il rito, la separazione, l’attesa del campo escono e vengono a prenderci, ci parlano, perché divenuti nostri; è nella perdita che scopriamo la distanza, e nella distanza capiamo l’amore, come ci avrebbe detto anche Oscar Wilde, che avrebbe tenuto per Vitas Gerulaitis. L’ipotetico romanzo dovrebbe tener conto della sconfitta assoluta perché quel tempo sospeso che a noi sembra infinito per Federer è due volte infinito e la sua quarantena di lusso diventa tormento d’attesa. Nella sua lontananza da quel campo da tennis e dalla fissità di quel tabellone che lo condanna alla sconfitta c’è la nostra dalla vita; ma come per la fiaccola olimpica accesa a Tokyo, c’è anche la speranza che ci sarà un nuovo torneo di Wimbledon, come nuove Olimpiadi, solo con un anno di più, come quando da bambini si perdeva la pallina e bisognava cercarla prima di riprendere a giocare. Ecco, Federer sta cercando quella pallina con noi.

[Uscito su Lo Slalom]

Intostreet of Napoli Decameron

Mi chiamo Lisabetta e finalmente sono morta. Ho passato gli ultimi giorni della mia vita a piangere su una pianta di basilico che stava dentro a un vaso grande come una capa di Rottweiler. A casa nostra i vasi li compriamo di quella misura perché i miei fratelli dicono che quando ci muore un cane la capa va seppellita nei vasi sotto le piante che poi germogliano meglio e il cane rinasce, sì, sì, sono fissati, noi abbiamo un allevamento e qualche volta li facciamo pure combattere, e poi abbiamo altre attività, ma mmò, sinceramente a me nun me ne fotte più di niente. Perché? È una storia lunga che non bastano cinque canzoni di Liberato. Io prima di questa storia me ne stavo sopra i Quartieri e scendevo solo per andare nella pizzeria nostra, ma scendi oggi, scendi domani, scendi dopodomani, tra una margherita e una marinara, nel bagno della pizzeria mi sono fatta insaponare da Lore’, il ragazzo che lavorava per noi portando le pizze ai signori. Continua a leggere

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Fred Bongusto: tutta la vita a cantare la vita

buono Fred. dico il tramonto, scoprendo appena il sorriso. adesso vorrei che piovesse. dici che è stata una truffa cantargliela tutta di botto sul terrazzo bord de mer? tra whisky poco nobili e champagne da dimenticare, tra cosce che si scoprivano e promesse non mantenute, posaceneri e temporali di fumo, e posate e piatti che fanno parte del sound, o crociere mer mèditerranée, che a quest’ora se va bene sono sospiri. ma io non ci credo che smetti, non ci credo che lasci i barmen e gli appoggi sonori pour dames. siamo gli ultimi romantici Fred, Continua a leggere

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Sergio Claudio Perroni: l’arte della sottrazione

Era un uomo duro, che poi si scioglieva, scrivendo, raccontando. Mi fu presentato da Amleto De Silva, a Salerno, una sera di qualche anno fa, non mi ricordo che libro presentasse, e non voglio guardare né contare i giorni, perché mi ricordo che ci sfidammo a comporre una antologia dei salvabili dallo schifo che sono i cataloghi delle case editrici oggi, cominciammo a cena e continuammo durante la presentazione, con lui che si alzava e veniva a dirmi i suoi, e viceversa. L’ultimo, che scelsi io, e che lui doveva approvare, era quello l’accordo – non bastava proporre dovevamo convenire insieme – fu Guido Morselli Continua a leggere

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Una vertigine chiamata Sergio Leone

Siamo dalle parti del mito, un Omero che genera pistoleri e gangster, ecco Sergio Leone, per brevità regista. Uno che nella Roma degli anni Quaranta guardando in fondo alla ripida scalinata di Viale Glorioso, scendendo a capofitto, vedeva il vecchio west, cavalli dove c’erano carri armati americani, e messicani in fuga dove sbaraccavano i tedeschi. Un visionario, certo. Uno che faceva film su cose che non ci sono più. Favola e Storia. Fantasia e realismo, che poi il compagno di scuola ritrovato avrebbe cucito in note, quel gran genio del suo amico: Ennio Morricone. Continua a leggere

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