Archivi categoria: forme d’onda

La telecronaca di Buffon

Nel vuoto dell’Olimpico Gianluigi Buffon si è sostituito alla telecronaca – i giocatori del Napoli sembrava non tirassero in porta per non distrarlo –: urla, che venivano dal passato, dai campetti, e, ordini, che disegnavano il futuro in modo selvaggio. Un sound che teneva insieme la vetta delle sue ambizioni e la fossa delle sue paure. Non se ne è accorto, ma stava già allenando. Surfava tra schemi, in un campo ridotto all’intimità dalle assenze sugli spalti. Per larghi tratti di partita ha ricordato Silvio Orlando che in Palombella rossa, intimava, ossessivo, ma sul bordo di una piscina: «Marca Budavári, marca Budavári, marca Budavári». Sostituendosi e/o affiancandosi alle parole e ai pensieri flebili di Maurizio Sarri. La voce disegnava la sua panchina, anche se Buffon continuava a preoccuparsi della partita. È probabile che lo abbia sempre fatto, non sentito, coperto dalle urla dei tifosi, o che, come Zoff, seguisse le azioni declamandosele dentro, per non perdersi il pallone, per non distrarsi, ma, ora, non si può più nascondere: l’abbiamo sentito. Prima lo vedevamo soltanto. Ora c’è il sonoro.

[uscito su Lo Slalom]

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A Pietro è andata bene

Da giorni, Nanni Moretti, posta sull’Instagram foto di sport: tuffi, calcetto, pallanuoto, poi ha messo un campo da tennis e ha annunciato di essere stato felicemente battuto da Pietro – suo figlio – per 6-3, 6-3, 6-0, e tutti abbiam rivisto la sequenza di Aprile (1998) quando Moretti gli fa il bagno e lo invita a rinforzarsi le spalle per non venir su come i tennisti italiani degli anni Novanta: futili e poco vincenti. Era l’ultimo Moretti intimo e politico sullo schermo, dopo sarebbe venuto un cinema differente. Ora quel cinema da Caro diario prosegue sull’Instagram, e possiamo vedere o il backstage dei film o la continuazione – con altri mezzi – di quella vita. E, che sia il tennis a raccontarcelo, ci fa pensare al ruolo svolto nei rapporti familiari e di amicizia di altri attori e registi. Dal torneo de “Lo scolapasta d’oro” di Ugo Tognazzi a Torvaianica – nato come risposta, in commedia, alla Coppa Davis – col figlio Ricky e Paolo Villaggio e Gassman e Luciano Salce, Raimondo Vianello, Carlo Giuffré, Lando Buzzanca, Renato Rascel, Gigi Rizzi, Fred Bongusto, Vittorio Cecchi Gori, Franco Interlenghi, Giuliano Gemma: in una comunione di set. Impossibile non pensare ad Adriano Panatta e Villaggio, al loro legame, e al fantozziano «Batti lei?». E anche se Panatta ha dato al cinema un cameo in un brutto film, sublimando il rumore del colpo piatto, il pof della pallina, il grande tennista del cinema era Gillo Pontecorvo, e sarebbe stato bello vederlo affrontare, oggi, Matteo Garrone, che fu allievo dell’accademia di Nick Bollettieri a Bradenton. E anche se Vittorio Gassman veniva dal basket, pare che fosse ostinatamente difficile da piegare, soprattutto per i suoi figli: sia Emanuele (Salce), quello acquisito, che Alessandro, quello naturale, non riuscivano a batterlo e lui un po’ se ne doleva un po’ gongolava, misurandoli sul campo, scrivendolo in libri e diari, e riservando ad Alessandro – come se fosse il suo Nadal – un pensiero ironico e terribile appoggiato sulla seconda palla di servizio: Questo figlio mio, da grande, sarà violinista o pappone? Quasi che il tennis, negli anni, conservando aristocrazia e intimità, servisse a regolare la sostanza della vita, a farla intravedere. Insomma, a Pietro è andata bene.
[scritto per Lo Slalom]
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Il punteggio di Wimbledon

Molti anni dopo, Roger Federer, si sarebbe ricordato della sconfitta più lunga della sua carriera scoprendo il buio tra le luci della bacheca di casa. Potrebbe cominciare così “Il punteggio di Wimbledon”, ipotetico romanzo nell’anno del Covid-19. In pochi sanno che, tra i tanti riti del torneo, il punteggio dell’ultima partita di Wimbledon viene cambiato solo quando comincia la prima gara del nuovo anno, e, siccome quest’anno non ci saranno partite, quel punteggio si dilaterà: divenendo doppio, e Federer – che fino all’altro giorno si allenava anche sotto la neve, auspicando il riscatto su Novak Djokovic – vedrà raddoppiata la sua agonia di sconfitto. Questo rito, come sanno i devoti – in questo caso delle religioni –, diventa un appiglio di speranza, una certezza assoluta avrebbe detto Elsa Morante nella sua grammatica arturesca, così dove gli altri sport hanno punteggi-mandala che si consumano – per rigenerarsi – una volta registrati da gazzette ed almanacchi, Wimbledon assurge ancora di più a tempio e fissità, scolpendosi nella memoria – soprattutto quella di Federer con i match point sprecati l’ultima volta – duplicando la sospensione che già gli apparteneva fino a farsi simbolo assoluto dello sport messo forzatamente a riposo. Involontariamente: il rito, la separazione, l’attesa del campo escono e vengono a prenderci, ci parlano, perché divenuti nostri; è nella perdita che scopriamo la distanza, e nella distanza capiamo l’amore, come ci avrebbe detto anche Oscar Wilde, che avrebbe tenuto per Vitas Gerulaitis. L’ipotetico romanzo dovrebbe tener conto della sconfitta assoluta perché quel tempo sospeso che a noi sembra infinito per Federer è due volte infinito e la sua quarantena di lusso diventa tormento d’attesa. Nella sua lontananza da quel campo da tennis e dalla fissità di quel tabellone che lo condanna alla sconfitta c’è la nostra dalla vita; ma come per la fiaccola olimpica accesa a Tokyo, c’è anche la speranza che ci sarà un nuovo torneo di Wimbledon, come nuove Olimpiadi, solo con un anno di più, come quando da bambini si perdeva la pallina e bisognava cercarla prima di riprendere a giocare. Ecco, Federer sta cercando quella pallina con noi.

[Uscito su Lo Slalom]

Intostreet of Napoli Decameron

Mi chiamo Lisabetta e finalmente sono morta. Ho passato gli ultimi giorni della mia vita a piangere su una pianta di basilico che stava dentro a un vaso grande come una capa di Rottweiler. A casa nostra i vasi li compriamo di quella misura perché i miei fratelli dicono che quando ci muore un cane la capa va seppellita nei vasi sotto le piante che poi germogliano meglio e il cane rinasce, sì, sì, sono fissati, noi abbiamo un allevamento e qualche volta li facciamo pure combattere, e poi abbiamo altre attività, ma mmò, sinceramente a me nun me ne fotte più di niente. Perché? È una storia lunga che non bastano cinque canzoni di Liberato. Io prima di questa storia me ne stavo sopra i Quartieri e scendevo solo per andare nella pizzeria nostra, ma scendi oggi, scendi domani, scendi dopodomani, tra una margherita e una marinara, nel bagno della pizzeria mi sono fatta insaponare da Lore’, il ragazzo che lavorava per noi portando le pizze ai signori. Continua a leggere

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Fred Bongusto: tutta la vita a cantare la vita

buono Fred. dico il tramonto, scoprendo appena il sorriso. adesso vorrei che piovesse. dici che è stata una truffa cantargliela tutta di botto sul terrazzo bord de mer? tra whisky poco nobili e champagne da dimenticare, tra cosce che si scoprivano e promesse non mantenute, posaceneri e temporali di fumo, e posate e piatti che fanno parte del sound, o crociere mer mèditerranée, che a quest’ora se va bene sono sospiri. ma io non ci credo che smetti, non ci credo che lasci i barmen e gli appoggi sonori pour dames. siamo gli ultimi romantici Fred, Continua a leggere

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